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Si potrebbe liquidare questo disco fresco di stampa della talentuosa Lucrecia Dalt, che trasformò la sua passione per la musica in un mestiere a tempo pieno mentre lavorava come civil engineer in Colombia, con una semplice parola: (circapiùomenoquasi-)superfluo. Ora, chi ha apprezzato il sofisticato pop elettronico di Congost (uscito nell’anno 2009, sotto la ragione sociale The Sound Of Lucrecia), o chi più recentemente gli ha preferito l’estro electro di Ou (uscito invece a suo nome, nel 2015), dovrà rimandare ad altra occasione l’incontro con la migliore Dalt: ossia quella che fonde elettronica colta e incolta, pop e avant, senza colpo ferire e senza cedimenti di sorta.

Lor signori si rassegnino, dunque: Anticlines è il disco più atipico della già atipica electro-diva. Di sicuro è il più ostico. Dannatamente ostico. Sentite un po’ come la ragazzuola ne descrive il “sottotesto” poetico: «Anticlines is a volume of […] sound contemplating the bodies of self above and beneath the earth’s surface». Ricapitolando: la musica contenuta in questo disco non sarebbe solamente una forma di elettronica mistico-esoterica piuttosto cazzuta, bensì la più cazzuta in assoluto, perché in essa vi sono tracce degli esperimenti estremi dei primi pionieri dell’elettronica cosiddetta colta (tipo quella che si praticò all’inizio dei 60s a San Francisco, più di preciso nel Tape Music Center di Pauline Oliveros e Morton Subotnick).

Ergo: il suono di pezzi tipo Helio Tanz o Antiform, o ancora Analogue Mountains, è qualcosa di veramente tosto, che di rado riesce ad essere apprezzato da orecchie non avvezze a tale tipo di sperimentazioni. Ovviamente, i musicofili più incalliti troveranno pane per i loro denti in questi bozzetti, che durano dal minuto e trenta fino agli oltre quattro minuti. Tutti gli altri si astengano. O si preparino a precipitare a testa in giù in una specie di limbo analogico. It’s up to you, chaps.

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