Recensioni

Nata prima dalla stima reciproca per i rispettivi lavori e quindi da una frequentazione che ha portato a condividere palchi e lo split album Field Recordings in the forest of Colombia, la collaborazione tra Aaron Dilloway e Lucrecia Dalt arriva in parte inaspettata ma comunque vivida di un’ispirazione illuminante. Una caratteristica peculiare di quelle opere che nascondono dietro un’apparente semplicità d’esecuzione, un’attenta riflessione, capace di concretizzare intuizioni astratte in modo del tutto naturale e lungimirante. A questo bisogna aggiungere una palpabile sintonia che spinge a chiedersi come mai i due non abbiano pensato prima di comporre assieme.
Lucy & Aaron mostra questo limpido afflato in modo disarmante: la caustica ricerca elettroacustica dell’ex Wolf Eyes trova la sua complementarità nell’elettronica sperimentale dell’artista colombiana, come se si trattasse di bere un bicchier d’acqua. Così, gli aspri loop di nastri analogici del primo creano substrati in cui si impiantano i respiri digitali della seconda; ritmiche ruvide e crepitanti su cui l’abile vocalità obliqua di Dalt evoca scenari inaspettati – una qualità che avevamo già largamente apprezzato nel suo lavoro solista del 2020, No Era Sólida. Un suono fluttuante e spigoloso assieme che ritaglia brandelli di canzoni avant da un flusso che implacabilmente continua a scorrere sottotraccia.
Una scaletta perfettamente calibrata che mescola con precisione millimetrica toccanti sospensioni post-punk dissolte nell’acido (Yodeling Slits), “passeggiate” sintetiche à la Throbbing Gristle di United e Zyklon B Zombie in salsa mutante e per l’occasione infarcite anche delle fantasmagorie vocali di Dilloway (Bordeándola e Niles Baroque, quest’ultima ottimamente arricchita di un inquietante tiro soul), afone geometrie contundenti (Tender Cuts), minimalismi corrosi (Trueno), ritualità estranianti per dimensioni impensate (Both Blue Moons) e siparietti etno-cibernetici (Tense Cuts).
Un bel programma che flirta in modo personale con visioni lynchane, rifinito poi da un uso di linee armoniche semplici ed efficacissime che aprono ulteriori trompe d’oeil nella dimensione sonora, conferendo maggiore spinta al tutto. Melodie che fanno stranamente risuonare un brano weird quale Demands Of Ordinary Devotion come un potenziale singolo radiofonico. Ok, la cosa accadrebbe soltanto nel migliore dei mondi possibili, ve lo concedo. Però si tratterebbe di un gran bel mondo in cui vivere.
Amazon
