Recensioni

7.2

In chiusura di intervista, nel 2011, Lucrecia Dalt rivelò di essere un’estimatrice del lavoro di Julia Holter e Luke Sutherland. Li ritroviamo ora in Commotus, i due (lei presta l’Harmonium in Silencio, lui suona il basso in Batholith), a chiudere un ideale cerchio che non solo riconferma tutte le buone cose che dicemmo allora sulla musicista colombiana, ma parla anche di crescita qualitativa costante.

Se l’EP in condivisione con F.S. Blumm Cuatro Covers che diede il La al nostro approfondimento parlava già di minimalismo destrutturato, il qui presente LP va oltre, facendo convergere immagini e musica in una strettoia fatta di indeterminatezza voluta. Le immagini sono quelle che ha in testa la Dalt, a sentir lei stati mentali che in qualche maniera la bloccano e che possono essere superati solo attraverso lo sviluppo dei brani. Questi ultimi, spaccati in bilico tra intimismo e inquietudine ombrosa, perfettamente calati nel “commotus” (agitato, disturbato) del titolo.

Il risultato è forse il disco più suonato e meno “elettronico” di Lucrecia Dalt – e probabilmente, anche quello più sfuggente -, la cui base di partenza è costituita dalla consueta ragnatela di bassi minimali, chitarre spettrali, percussioni anoressiche e voci sospirate non lontane da un twinpeaksiano Badalamenti. Il tutto nell’ottica di un suono che arriva ad accarezzare certi Joy Division slabbrati (Conversa), quando non appare come un vaporoso e metallico schioccare di dita (Esplendor), trip hop mascherato da frontiera desolata (Turmoil), affastellarsi di liquide presenze e voci registrate al contrario (Saltación). Si sfiora il John Carpenter delle colonne sonore in Escopolamina, nebbie cosmiche da incubo in Multitud, un inconsapevole Conrad Schnitzler in Jet, certa psichedelia di raccatto in Waste Of Shame e persino un barlume di Sudamerica nella parte ritmica di Batholith.

La Dalt lavora sul looping in maniera meno meccanica rispetto al passato, mascherandolo con eloquenti silenzi e cambi di atmosfera e giocando con uno stile conciso, sempre più riconoscibile e foriero di un’immediatezza solo apparente. Un bel disco, comunque, valorizzato da un artwork evocativo e perfettamente rappresentativo del contenuto.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette