Recensioni

7.3

È affascinate seguire il percorso disegnato da Lucrecia Dalt attraverso gli album degli ultimi anni. Dapprima l’apice espressivo nella composizione più propriamente elettronica di No Era Sólida, in cui il contrasto tra analogico e digitale frammentava un senso di forma canzone in avanguardia al fine di ragionare  sul carattere trasformativo – e per questo instabile – dell’essere. Poi l’ottima collaborazione con Aaron Dilloway in Lucy & Aaron, in cui, come dicevamo in sede di recensione, «la caustica ricerca elettroacustica dell’ex Wolf Eyes trovava la propria complementarità nell’elettronica sperimentale dell’artista colombiana». Un connubio aspro eppure ricco di linee armoniche semplici ed efficacissime, tanto da far stranamente risuonare alcuni brani di natura weird come potenziali singoli radiofonici.

A un primo ascolto, il nuovo album potrebbe sembrare un totale controsenso e invece la sound artist torna alle proprie radici musicali – e culturali – elargendone al contempo una visione riconoscibile e personale. Se ¡Ay! vive delle musiche tradizionali della sua terra – soprattutto rumba, bachata e bolero – queste vengono riversate in un flusso cangiante che oscilla tra carnalità e cibernetica. L’asse è declinato sulle prime ma i dettagli ne sorreggono una narrazione complessa, mai del tutto immediata.

Un linguaggio ammaliante con cui la Nostra mostra una solida maturità anche nella scrittura etnica tradizionale (le canzoni sono tutte in spagnolo), magari rallentandone lynchanamente i tempi, ipnotizzandoci con il piacere dell’inganno (Dicen), corrompendo di surrealismo (Atemporal), travolgendola d’alterità dissonante (Contenida, Gena), deteriorandone le rifrazioni dei ritmi salsa (Bochinche) e conturbandola con slanci sensuali mai fino a ora espressi in modo tanto liberatorio (El Galatzó). Il precipitato è un disco di musica latina altra che utilizza la figura dell’alieno – qui nelle vesti dell’entità Preta caduta sulla terra – come escamotage per ragionarne sul senso più profondo del termine.

Quello che emerge dalla messa in prospettiva dei tre citati album è l’analisi del concetto nella sua molteplicità, mettendo in luce come anche le nostre radici, che crediamo salde e irremovibili, siano in continua metamorfosi con lo scorrere del tempo – l’apertura con un bolero sottilmente fuorviato e intitolato No Tiempo è un più di un’indicazione in questo senso.

Una visione al di là dello spazio e del tempo, appunto, che di traccia in traccia ci spinge a cercare le connessioni mai del tutto afferrabili tra staticità e cambiamento, tra essere e alterità, soprattutto all’interno di noi stessi, eppure sussurrandoci di non poter mai comprendere fino in fondo chi siamo veramente. Ed è comunque un gran piacere arrovellarsi sul dilemma ascoltando questa musica.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette