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Lo si è detto e ribadito più volte: questa sarebbe stata l’ultima edizione di Jazz Is Dead per come lo abbiamo conosciuto finora. Un festival che rappresenta un’eccellenza, non solo per il territorio che lo ospita – Torino – ma in senso assoluto. Con il direttore artistico Alessandro Gambo abbiamo riflettuto a lungo sull’idea di comunità fondata sull’amore per la musica, e su come questa sia cresciuta insieme al festival, affidandosi a un organismo vivo che non ruota attorno a una sola persona, ma a un network di realtà come Arci Torino, Magazzino sul Po e TUM Torino.

Jazz Is Dead non si esaurisce nei giorni del festival – che quest’anno, con un giorno in più, sono diventati quattro – ma vive nella somma degli eventi, delle collaborazioni e delle energie che lo precedono e lo attraversano. Come la recente tappa all’Auditorium San Fedele, per citarne uno, con il live dei leggendari Seefeel, in collaborazione con la rassegna Inner_Spaces.

L’edizione numero 8 – un numero palindromo, simbolo dell’infinito – ha contato dodici tappe complessive. Un viaggio che ha trovato nel trittico sonoro The Bug (le sue Machines: metalliche, letali), Ghost Dubs (lento, quadrato, altrettanto mortale) e Mad Professor (un po’ di ossigeno ragga e riddim, un inizio un po’ sottotono, un finale in festa sconti sulle basse frequenze) un epilogo degno delle migliori saghe. Chi c’era non lo dimenticherà facilmente. Il Bunker, location indoor d’eccezione per quest’edizione improntata su uno stage grande e importante, si è trasformato in una camera ipersatura: umidità quasi al 100%, suoni tellurici, un soundsystem – quello della crew veneta Bassigradassi – tra i più potenti e intimidatori in circolazione. Bassi come missili terra-aria – o meglio: terra e sottoterra. Sterni che vibrano, orecchie che friggono, tappi consigliati dagli stessi artisti – puntualmente ignorati dai soliti metallari nell’anima. E poi, come se non bastasse, gli impianti che cedono sotto il peso specifico di quel sound inarrestabile, costringendo i demiurghi del suono a ricostruire riff e intro per poi farli detonare di nuovo. Esperienze al limite della sostenibilità fisica, ma capaci di far gettare la tromba di Eustachio oltre il muro del suono. E godersela, tutta.

A Jazz Is Dead lo si era capito già da qualche anno: si torna a casa con esperienze che non si dimenticano. Si ritrovano amici, conoscenti, persone affini con cui ballare – non per fuggire, ma per resistere. Anche politicamente. Durante la quattro giorni si è tornati a parlare dell’esibizione epica dei Boris, sempre al Bunker, o di quella di Kevin Martin con Flowdan – uno dei più grandi MC grime in circolazione. Quest’anno, a questi ricordi si aggiunge un nuovo, indimenticabile live degli australiani The Necks. La loro formula minimale e concentrica non cambia negli anni, ma la magia che restituisce è intatta: ogni tassello – leggi piano, contrabbasso e batteria –, ogni scala, ogni ripetizione costruisce un irresistibile mosaico di suono che prende forma per accumulo, pentimento, risciacquo di note che raccontano un jazz non ancora pronto per alcun libro di storia.

Alabaster DePlume
Alabaster DePlume al Jazz Is Dead, foto di Fabiana Amato (2025)

Sempre in trio anche Alabaster dePlume, per uno dei set più radicali dell’edizione. Alle sovrapposizioni si sostituisce la circolarità, la tensione della base ritmica è stemperata dai riff in variazioni continue del sassofonista, tra bordature afro freak, nevralgie James Chance e spoken word – o meglio, un flusso di coscienza poetico sul tema della comunità e del musicista come tramite e sublimatore di un messaggio che è corale. Uno dei set più politici dell’intera edizione, con Gaza nel cuore ben prima che nelle bandiere sventolate sopra e sotto il palco.

Sul finale, spazio per Muna, attivista pro-Palestina, che con un breve discorso ha ricordato quanto sia importante, anche nel nostro piccolo, far sentire la nostra voce e denunciare una tragedia che solo ora – e con imperdonabile ritardo – media e istituzioni iniziano a vedere. Musica, politica e un senso comunitario – vedi anche l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp, che sul palco contava dieci elementi per un live gioioso e ballabile – al Jazz Is Dead sono sempre andate a braccetto, in uno spazio di libertà, parola ed espressione. Spazio che Meg, in un altro dei live memorabili (e UK d’elezione) di quest’edizione, ha saputo sensibilizzare affrontando il tema del femminicidio.

Tanti i gesti di un impegno che si esprime anche nel simbolico, nella semplicità di una bandiera che sventola a musica spenta. Quella esibita da Herbert e Momoko, alla fine di un set irresistibile, un profluvio di groove e ritmi dal mondo – tra i migliori dell’edizione. E ancora, impossibile non citare il duo Tarta Relena che, tra vocalizzi angelici, sapori folk mediterranei e mantra viscerali, ha diviso il pubblico ma è riuscito a mettere in scena una cerimonia tra sacro e profano, fatta di sospensioni spazio-temporali. A loro si affianca la solennità catartica del norvegese Bendik Giske – anch’egli discusso, senz’altro figlio di un Colin Stetson minore, ma capace di imporsi come sintesi convincente tra Philip Glass e Nils Petter Molvær.

Con una semplice ma salvifica interfaccia attivabile via QR code a rendere possibile l’acquisto di bevande in tempi finalmente sostenibili (in barba a token, gettoni e altri metodi del secolo scorso), Jazz Is Dead si è confermato una danza che racconta di una comunità che esiste e resiste. Con la musica che si spegne solo per amplificare un messaggio. È in questa dimensione non più grande, non più piccola, che questa magia è possibile.

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