Recensioni
Suzanne Ciani, William Basinski
Jazz Is Dead! 2024

Jazz Is Dead edizione numero 7. 10 mila passaggi tra anteprime, epilogo e tre giorni, 13 mila bicchieri salvati, 50 addette e addetti ai lavori, 60 volontarie e volontari, 25 formazioni artistiche, 8 palchi, 5 location …e 70 mm di pioggia e grandine in meno di un’ora. Questi i numeri che si sono susseguiti nei tre giorni di festival nonostante l’imprevedibile intemperie di venerdì 24 maggio che ha colto tutti di sorpresa, non solo l’organizzazione stessa ma soprattuto l’intera città di Torino: un evento che ha di fatto paralizzato il traffico cittadino (con conseguenti disagi per arrivare in location) e sabotato il fiore all’occhiello del festival, il palco esterno, in cui nelle due giornate successive si è svolto poi con successo il grosso dei live.
Inevitabili le difficoltà per l’organizzazione e il suo direttore artistico, Alessandro Gambo, costretti a ripensare la programmazione su di un unico palco, quello del club. Qui Moritz Von Oswald con un soundcheck inesistente ha fatto quel che ha potuto per replicare l’austera magia di Silencio, il disco nato dalla collaborazione con il coro a 16 voci Vocalconsort Berlin e il compositore e pianista finlandese Jarkko Riihimäki, di fatto riuscendoci pur all’interno di un compromesso che lo ha visto puntare di più sulla componente ritmica che su quella vocale. William Basinski ha scelto invece la performance (di sé stesso) come si confà alla sua figura di “rockstar dell’ambient” prescindendo anche dalla musica che lo vedeva (o meglio avrebbe dovuto) presentare uno show idealmente radicale attraverso l’esecuzione di alcuni brani estratti dai suoi album Lamentations, On Time Out of Time e The Clocktower at the Beach, un lavoro inedito composto e registrato nel 1979 a San Francisco, pubblicato lo scorso marzo.
Con un alieno letto di grandine ad occupare gli spazi esterni, e la pioggia a sostituirsi ai chicchi di ghiaccio, la serata del club è andata via liscia con Lena Willikens ottima selecter garanzia per un certo tipo di sonorità luminescenti, grandangoli sci-fi e cinetiche dance mai banali e sempre con al centro l’elemento umano.
Jazz Is Dead è anche quel tipo di festival dal quale torni con un’esperienza forte soprattutto in termini di impatto sonoro assoluto. Lo scorso anno è stata quella dei Boris, questa volta – non meno metallica – quella dei Godflesh, duo che non fa prigionieri e non ne ha mai fatti. Fuori dal tempo, alla fine del tempo: una proposta così demodé e d’antan da essere d’avanguardia. J. Broadrick e Ben Green, dopo qualche intoppo tecnico che ha rallentato l’abbrivio, hanno sfondato i timpani dei presenti con un set granitico, incompromissorio, fatto dell’ultima prova Post Self e di una selezione di altri bituminosi capolavori (noise) industrial metal.
Giovanissimi entusiasti tra il pubblico, folgorati da un exploit inatteso o imbevuti di una mitologia postuma tutta inglese che include le diverse incarnazioni di un modo polimorfo di intendere cosa sia la musica di ricerca, ibrida ed estrema (Kevin Martin, God, Technoanimal eccetera) non lo sappiamo. E la giornata in cui hanno suonato, domenica, è anche stata quella più importante in termini resa live. Attesi erano sia RuinsZU che Daniela Pes con Rob Mazurkek e Gabriele Mitelli, e gli interessanti (seppure vagamente acerbi) Nu Jazz a riscaldare l’atmosfera. Ottimi tutti, a partire dalla combo tra i Giapponesi e la formazione romana.
RuinsZU è una combo da sempre scritta nelle stelle e che ha restituito tutto quello che poteva. In una vecchia, intervista Brian Chippendale spiegava come il suo duo noise venisse spesso paragonato al duo prog-noise di Tatsuya Yoshida, il che aveva del vero ma con una distinzione: se i Ruins in una ipotetica scuola della musica erano i docenti di fisica, i Lightning Bolt lo erano di educazione fisica.
La continuità semantica su cui si installa questa distinzione è stata perfettamente fotografata dal concerto del trio, che sembrava rodatissimo. Il set è stato equamente diviso tra pezzi del repertorio degli uni e degli altri (on the spot cose mitologiche come Hyderomastgroningem e Carboniferous), con la maggior parte del concerto in trio e una breve parentesi in duo basso/batteria. Il gruppo ha iniziato addirittura dieci minuti prima dell’orario segnato in cartellone e ha divertito e avvinto con quel misto di jazzcore spezzato ed elucubrazioni progressive tagliate hardcore che i due gruppi hanno brevettato durante le loro lunghe carriere.
Daniela Pes attesissima come poche altre cose negli ultimi mesi a Torino, con gente impegnata prima a postare affannosamente richieste tardive di biglietti su ogni gruppo Facebook possibile e immaginabile e poi letteralmente in estasi tra il pubblico. Bravissima, calibratissima, equilibratissima, e in equilibrio tra tutti i riferimenti di cui si nutre (dal folk al cantautorato passando per l’elettronica e le reminiscenze IDM), la vincitrice del Premio Tenco ha saputo creare atmosfere avvolgenti dalla gran cura formale, dando vita a un piccolo universo sonoro in cui si spazia da Battiato a Iosonouncane senza soluzione di continuità, anzi sospesi tra note in grado di trasportare, nel senso di “portare altrove”.
E se la giornata conclusiva di domenica ha dato il meglio di sé rivelando tutte le sfumature insite nell’identità di Jazz is Dead, lo stesso non si può dire del giorno prima che forse è stato il più “amorfo” dell’edizione. Nonostante il livello molto alto delle performance di artisti quali Dave Okumu and the 7 Generations e I Hate My Village, la scelta di una line up caratterizzata in prevalenza da sonorità dal sapore meltin’ pot ha contribuito alla creazione di un mood generale più vicino alle atmosfere di altri festivaloni estivi (vedi il TOdays) piuttosto che a quelle dilatate e misteriose di JID. Una sorta di comfort zone atipica messa in piedi anche dalle esibizioni di Cindy Pooch, Le Cri du Caire, e Aunty Rayzor che hanno illuminato tutto il Bunker con una luce più chiara del solito.
Ad ogni modo, a un progetto di ricerca così coraggioso – nonché folle e per questo molto amato – gli si perdona qualunque azzardo poiché, da sette anni a questa parte, la dichiarazione degli intenti di Jazz Is Dead! continua ancora a risultare molto chiara. Alla base della rassegna vi è infatti un interesse profondo per la sperimentazione in tutte le sue forme che si concretizza anche nella volontà di creare una vera e propria rete comunitaria fondata sulla voglia di condividere un certo tipo di approccio alla musica che spesso (e per fortuna?) rimane relegato ai margini o in una dimensione squisitamente sotterranea piuttosto che mainstream.
Sotto questa lente il festival appare come un’occasione unica non solo per sentirsi parte di un tutt’uno, un po’ come può succedere in una famiglia, ma soprattutto per alimentare una passione tanto individuale quanto collettiva attraverso la scoperta di artisti in grado sempre di sorprendere, in un modo o nell’altro.
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