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Come ormai da tradizione per la vita culturale torinese, ritorna finalmente Jazz Is Dead!, il festival promosso da Arci Torino e Magazzino sul Po interamente dedicato alla sperimentazione musicale. Giunta alla sua settima edizione, la manifestazione è ufficialmente partita il 6 aprile sotto la consueta direzione artistica di TUM Torino e in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino.

A inaugurare questa nuova avventura (andata sold-out in pochissimo tempo) non poteva che essere un vero e proprio pilastro della musica elettronica d’avanguardia, stiamo parlando di Suzanne Ciani, storica pioniera della sintesi analogica modulare nonché assidua esploratrice del cosiddetto genere New age. Protagonista anche di un secondo appuntamento che l’8 aprile – in concomitanza con la rassegna meneghina Inner_Spaces – toccherà l’Auditorium San Fedele di Milano, l’artista statunitense è stata ospitata all’interno della Sala Cabiria del Cinema Massimo dove ha presentato la sua opera Improvisation on Four Sequencies.

Accompagnata dal suo fedelissimo sintetizzatore Buchla, Suzanne Ciani ha guidato il pubblico in un viaggio estremamente liquido e godibile nel quale i sessanta minuti della sua durata non si sono minimamente avvertiti, proprio come avviene quando si sogna.

Suzanne Ciani
Suzanne Ciani, foto di Amalia Fucarino (2024)

Fra registrazioni di onde marine distorte e versi di gabbiani riverberati, l’esecuzione dal vivo ha iniziato a farsi strada in sala alternandosi da un amplificatore all’altro grazie a un settaggio molto particolare. Concepito infatti per una fruizione in quadrifonia, il live si è da subito rivelato come un qualcosa di profondo e in continuo divenire: un flusso travolgente in grado di far perdere qualunque tipo di coordinate spaziotemporali; un’escursione cosmica cominciata portando alla memoria il sound di artisti del calibro di Jean-Michel Jarre o Silver Apples per poi raggiungere derive IDM tendenti al noise che avrebbero fatto emozionare perfino gli Autechre.

Sorretto da tappeti sonori ad alto tasso di acidità e da ritmi incalzanti che facevano venire una gran voglia di abbandonare la propria poltrona, il concerto è poi gradualmente ritornato sui propri passi chiudendosi con gli stessi suoni di memoria oceanica che ne avevano sancito l’inizio. Unica perplessità dell’evento: i visual. Caratterizzato da un’inquadratura fissa su mani e modulari, l’apporto visivo allo spettacolo andava forse ragionato in maniera differente poiché gli effetti “psichedelico/glitchosi” utilizzati in maniera random tendevano a coprire troppo la comprensione del modus operandi della Ciani causando a volte un po’ di distrazioni. In ogni caso non si è trattato di un problema così grande dal momento che tutte le evocazioni immaginifiche offerte dalla musicista stessa portavano automaticamente a mollare gli ormeggi e a lasciarsi cullare con gli occhi chiusi.

Suzanne Ciani
Suzanne Ciani, foto di Antonio Mirabello (2024)
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