Recensioni

TOP

Nel pomeriggio di domenica, nello spazio Club dell’Associazione Culturale Variante Bunker di Torino, i Boris stanno facendo il soundcheck. Il loro set, e chi li conosce lo sa, è di quelli rumorosi. A maggior ragione se il disco a supporto è una bestia punk metal come Heavy Rocks, disco che riannoda i fili con la furia di NO in cui ci senti tanto speed rock à la Motörhead quanto riff Bad Brains e Anthrax.

Arrivando in location, dalla strada che la collega all’arteria principale del quartiere, via Bologna, i rimbombi e boati che dalla struttura riverberano in tutta l’area circostante si fanno sempre più minacciosi. Non hanno nulla da invidiare alla tempesta elettrica e al temporale che si è scatenato la sera precedente sulla città. Una pioggia incessante che non ha scoraggiato uno zoccolo duro di presenti, tra locals e fuori regione, che questa sesta edizione di Jazz Is Dead la stavano aspettando come qualcosa di speciale, abituati come sono da un sempre appassionato e immaginifico direttore artistico, Alessandro Gambo, e da un’organizzazione che fa capo alle associazioni Arci, TUM Torino e Magazzino sul Po che ha messo al centro trasversalità e inclusività.

Boris
Boris a Jazz Is Dead 2023, foto di Amalia Fucarino (2023)

Festival come questi, e chi ha vissuto la Bologna di XM24, Crash, Link (in via Fioravanti) ecc. lo sa, sono spazi in cui si può arrivare senza conoscere (o scegliendo di proposito di non sapere) cosa verrà proposto e ritrovarsi assorbiti da concerti in grado di sconvolgere timpani e mente, messi lì tra capo e collo per aprire prospettive su mondi e modalità inimmaginabili o anche solo per infrangere pregiudizi sulla commistione tra questo o quel genere.

Spazi come questi sono luoghi di epifanie ancora possibili. E i Boris, posti in chiusura, sono una di quelle band davanti alle quali non si arriva mai con i sensi completamente impermeabili. Li si può apprezzare dal lato della variante nipponica a queste sonorità scorgendo uno scarto mai del tutto catalogabile e prevedibile, o semplicemente vivere come portali verso quei live estremi che, in un momento della vita, la vita te l’hanno cambiata davvero.

Chissà se a qualcuno i Boris hanno davvero scompaginato le sinapsi; senz’altro il trio ha chiuso Jazz Is Dead tirando giù tutto ciò che poteva, vuoi coi droni à la Sunn o))), vuoi con affondi sludge e doom, vuoi con la presenza scenica di Wata che con quelle due lunghe ciocche bionde a scendergli ai lati del viso pareva Steven Tyler sì ma scaraventato all’inferno. Tra lui e il frontman degli Aerosmith, la distanza di un girone infernale formato dalle anime stipate davanti a un palco incandescente, spazio azzerato da uno stage diving del carismatico leader catartico e liberatorio.

È di queste esperienze che sono fatti i migliori festival, quelli in cui la musica è anche inflitta, perché no. Ed è per questo motivo di resistenza. Puoi battere quel muro di suono? A quanti colpi all’arma bianca puoi resistere? Dove potranno e dove potrai spingerti continuando l’ascolto? Filo rosso e dialettica che valgono anche per altri live proposti durante il festival, specie quelli del venerdì, giornata che si è distinta per ascolti particolarmente impegnativi.

Pan Daijing
Pan Daijing a Jazz Is Dead 2023, foto di Amalia Fucarino (2023)

È il caso dello show di Pan Daijing, che al Bunker ha dichiarato di voler prendersi una pausa di un anno, proprio per salvarsi dalla sua stessa creatura sonica (una scelta che condividerebbe con Lingua Ignota). Ascoltandola abbiamo la prova provata di quanto sia importante e salvifico staccare da un mondo sonoro tanto intenso, viscerale e doloroso. Un ventre nero, con la voce ad agitarsi tra intellegibili quesiti esistenziali e un’elettronica minacciosa e abrasiva a cucirsi attorno come un soffocante mandala.

“Dunque, chi siamo?” è l’esistenziale domanda che sta a capo del concept di un’edizione affatto retorica che, anzi, pone al centro l’esperienza del suono ancor prima della sua concreta manifestazione. Un suono che si è espresso attraverso i droni eterni di Sarah Davachi, o mediante le cuspidi digitali dell’artista non-binary Nzria. Due luoghi di sospensione temporale esplorati da angolazioni diversissime, complementari per alterità ma paralleli per architetture che rimandano al sacro e all’ancestrale.

Altrimondi e origin story che fungono da ideali boccaporti per parlare di Leya, splendido duo, arpa e voce, che si è esibito all’interno di una suggestivo chapiteau da circo, gestito dalla compagnia circense MagdaClan. Un posto che vuole ricollegarsi alla nostra infanzia per connetterci alle corde di un’arcadia folk dagli elementi operistici tra volte e vetrate gotiche e punti di luce d’impalpabile sensualità.

Brandon Seabrook Trio
Brandon Seabrook Trio, foto di Amalia Fucarino (2023)

Jazz is Dead pone un ideale punto esclamativo alla fine della ragione sociale non senza ribadirne un verbo ancora in grado di scuotere e vibrare nel presente. A due trio – Gabriele Mitelli + John Edwards + Mark Sanders (domenica 28, ore 17:30) e Brandon Seabrook + Cooper-Moore + Gerald Cleaver (domenica 28, ore 19:00) – il compito di esplorarne e continuarne tradizioni e virtuosismi: al confine tra free e impro (anche con strumenti “preparati” per esplorarne la timbrica), nel caso del primo, oppure nel rinverdirne la variante imbevuta di avant rock (No New York e indietro Cpt. Beefheart) nel secondo, con gli splendidi Cooper-Moore, storico della scena newyorchese (al monocordo suonato con due bacchette) e Brandon Seabrook (al banjo come alla chitarra), direttamente da un film di Scorsese.

In entrambi i casi, una parentesi sul suonato, premuto, strofinato e percosso di alto livello che da sola valeva non il prezzo del biglietto (l’entrata era up to you) ma la presenza in una location che, oltre alla musica, ha stimolato le relazioni sociali grazie all’ampia area centrale con panche e tavole pronte ad accogliere momenti di decompressione e chiacchiere anche con i musicisti che, non di rado, si sono mescolati alla folla.

A Jazz Is Dead oltre alla musica c’eravamo noi, mai così numerosi come quest’anno, un’insieme variegato e partecipe di un evento che è già memoria preziosa.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette