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Si è concluso proprio al Link, in una rovente serata bolognese di luglio, tra lunghe file per qualsiasi cosa (tessere, parcheggi, bere) il tour che ha celebrato i 40 anni di attività dei Melvins, gli indiscussi padrini della scena grunge, formazione che in diverse combinazioni dalle nostre parti non è mai mancata ma che questa volta sembra godere del pubblico delle (medio)grandi celebrazioni.

Ad assistere al concerto, sul parchetto in pendenza posto alle spalle del locale, si radunano a occhio e croce oltre un migliaio di persone, con un buon 20% di metallari, almeno a giudicare dalle magliette dei tanti presenti. Un gruppo folto e variegato, gente che ti distingue lo stoner dallo sludge ma anche tanti giovani cresciuti con le piattaforme di streaming per i quali i rigorosi steccati di genere sono venuti meno, vivaddio, ma forse anche troppo.

Di sicuro ci sono anche quelli – come il sottoscritto – che erano a Modena il 21 febbraio 1994, quando Buzz Osborne, Mark Deutrom e Dale Crover aprirono per i Nirvana. E senz’altro a non cambiare ad oggi è la quantità di album che la band riesce ancora a pubblicare. All’epoca i tre promuovevano l’album Stoner Witch in anticipo di qualche mese (uscirà a ottobre di quell’anno), ovvero il secondo (!) disco (dopo Prick) pubblicato dopo il noto Houdini uscito giusto a settembre dell’anno prima.

E da entrambi i dischi il gruppo non manca di suonare dei pezzi come si confà a ogni celebrazione del loro repertorio che si rispetti: quella zampata glam metal che prende il nome di Revolve dal primo e i classici da headbang Copache, Honey Bucket e Night Goat dal secondo.

C’è da dirlo chiaro e tondo. Il concerto è brevissimo (1 e 10 minuti) ma costa (35 euro). L’audio è – mettiamola così – come lo è mediamente negli eventi estivi organizzati sul territorio in Italia, da Nord a Sud, non fa differenza. Gli ultimi 5 minuti servono da outro al solo Osborne che intona Boris, uno dei brani più amati dagli hardcore fan del gruppo. Anno domini 1990.

Brano e album che lo contiene – Bullhead – fanno storia a sé per aver introdotto la discografia più lenta e dronata a venire dei tre e suggerito il nome a una nota e altrettanto prolifica formazione giapponese. Ma se aneddoti e leggenda formano un tutt’uno quando si parla di loro. E non dimentichiamo il lato ironico (salgono sul palco sotto le note di Take on Me degli A-HA, suonano la cover dei Beatles I Want To Hold Your Hand). Il live bolognese ne testimonia uno spirito tuttora indomito, caciarone, menefregista e r’n’r.

Certo, sentito come l’abbiamo sentito uscire dalle casse del Link, il rumore ha livellato un po’ di pezzi che già di loro sono stati eseguiti con lo spirito dei Ramones, uno dietro l’altro, senza troppe chiacchiere o convenevoli, con il basso a far a gara con la chitarra e la batteria a tener tempi stretti e pestati. Ma dal marasma che inevitabilmente ne è venuto fuori, alcuni brani hanno senz’altro fatto la loro porca figura. È il caso della sludgy Blood Witch da (A) Senile Animal, che in origine era stata eseguita in quartetto con i Big Business, dunque con la doppia batteria, e di A History of Bad Men, il pezzo che ha sdoganato il trio a nuove generazioni di adepti per via dell’inclusione nella soundtrack di True Detective.

Un live anacronistico senza dubbio, che ti catapulta in un’altra epoca, abituati come siamo a luci sparate a caso anche nel più piccolo degli show, eppure bastava King Buzzo con i suoi capelli sempre uguali (ma ora catarifrangenti) a fare la differenza, come pure le pose da metallaro lungocrinito di Steven McDonald.

E non è stato neppure un concerto imprescindibile. E siamo in linea con quanto affermato da Nazim Comunale sulle colonne di Blowup. Cionondimeno un appuntamento necessario con una delle band che ha formato una parte importante dei nostri ascolti giovanili (e non). Un gruppo invecchiato, senz’altro, ma ancora agguerrito, che non ha esaurito la propria corsa e che nel frattempo è entrato di diritto nella leggenda e in una storia che è anche la nostra.

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