Recensioni

Dopo il sorprendente album solista Gift of Sacrifice del 2020, King Buzzo deve averci preso gusto a suonare in acustico, tanto che si può ragionevolmente supporre sia stato lui a proporre agli altri due Melvins non un semplice best of della band, ma una retrospettiva composta da brani della loro discografia riletti completamente in questa chiave – ebbene sì. Immaginate la scena: Osborne spiega l’idea a Dale Crover e Steven Shane McDonald. Il primo, conoscendo le malsane intuizioni del quarantennale compagno di scorribande, accetta immediatamente e si butta a capofitto a tirare di spazzole – sì, ha usato le spazzole – come fossero armi contundenti. Il secondo, invece, storce inizialmente la bocca, ma una volta compreso il senso del progetto ci dà dentro come se non ci fosse un domani. La storia molto probabilmente è andata in questo modo, ed eccoci quindi al cospetto di una bella maratona (2 CD o 4 LP, a seconda dei gusti) di 36 pezzi per ben due ore e mezza di musica.
I conoscitori del trio sapranno già come non si tratti di un hobby passatista; per i più titubanti, invece, basta ascoltare la pesantezza viscerale dei brani tratti dall’indimenticabile Houdini, come Hooch, Honey Bucket e Night Goat per convincersi della bontà della proposta. Una strategia che mantiene intatta la cazzimma degli originali rileggendoli con eguale piglio creativo e allo stesso tempo capace di allestire una scaletta ben variata da evitare l’effetto monocorde.
Rivivono di sana malvagità anche le tracce da Stoner Witch, come Queen o la stramba americana violentata di Revolve, e sulla stessa linea concettuale viaggiano il taglio granitico di Anaconda e le corde slabbrate in slow motion di Boris (con tanto di intermezzo sospeso da brivido). Riletture che evidenziano l’efficacia delle strutture originali, spesso esaltandone la componente hard-psych che ha ispirato fior di gruppi in quel di Seattle (Edgar The Elephant, Billy Fish, Shevil, With Teeth, Suicide in Progress, The Bit, Civilized Worm) e facendo inoltre acquistare un’inedita vitalità a tracce come We Are Doomed o Don’t Forget to Breathe, che chiude con feedback stranianti e tiro western sludge – non mi stupirei affatto se i tre venissero riconosciuti anche come gli inventori di un genere di tal fatta. Spietatezza che prosegue nel casino folk sincopato Lovely Butterflies e nello sludge di At the Stake virato in eccessi di corde scartavetrate; così come in Evil New War God e The Bloated Pope, che vanno giù di spazzolate come macigni, e nel grunge scuro di Pitfalls in Serving Warrants. E ancora, nei riff free folk (Oven), nelle cavalcate country rock aumentate (It’s Shoved), nei passaggi vorticosi dal taglio orrorifico (Let God Be Your Gardener), nell’esaltazione di melodie sixies (Up the Dumper) e nei giri metallici trasformati in lisergia beatlesiana free form (Hung Bunny / Roman Dog Bird).
I tre colgono anche l’occasione per omaggiare i loro paladini musicali attraverso alcune cover che arricchiscono l’assortimento dell’opera. Così, se Outside Chance dei Turtles, Sway dei Rolling Stones e Everybody’s Talkin’ di Fred Neil sono interessanti ma fedeli riproposizioni che danno movimento al set, il r’n’r di Charlie dei Redd Kross ne guadagna in psicosi e la rilettura di Woman dei Free si aggancia perfettamente in coda al blues assassino di Eye Flys. Non meno avvincenti la reinterpretazione del classico di Alice Cooper Halo of Flies, vestita di maestosa ostilità psichedelica, e quella da Teddy Boy attaccabrighe di Flypaper dei geniali Brainiac. Non avremmo saputo immaginare un best of migliore.
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