Recensioni

7

Tutti gli altri avrebbero rallentato, magari (auto)celebrandosi con riedizioni, riletture, riproposizioni di album storici. Buzzo and friends, invece, tanto per tenere fede alla propria nomea di outsider, accelerano. Non paghi di continuare a sfornare dischi con una regolarità impressionante e non paghi nemmeno di continuare a far ruotare la formazione, aggiungendo ospiti, amici, collaboratori occasionali e quant’altro a seconda delle voglie del momento (Basses Loaded è stato un perfetto esempio) o riesumando un passato più o meno remoto (l’album a nome Mike & The Melvins, Three Men And A Baby), i Melvins stavolta se ne escono con un disco doppio, il primo della loro trentennale storia, con tanto di (altra novità, se non ricordiamo male) soundtrack: Love, nello specifico, è la colonna sonora del cortometraggio A Walk With Love And Death di Jessie Nieminem, mentre Death è la “risposta” originale del trio, questa volta completato dal basso di Steven McDonald. A dire la verità di ospiti ce ne sono anche in questa doppia release, visto che accanto al nuovo entrato, si dice in pianta stabile, ci sono Joey Santiago (Pixies) alla chitarra, Anna Waronker (That Dog) e Teri Gender Bender (Le Butcherettes) alle voci nel lavoro originale e, tra gli altri presenti nella colonna sonora, Toshi Kasai (Big Business) e addirittura mr. AmRep Tom Hazelmyer.

Seppur segnalato come un «giant, dark, moody, psychotic head trip», musicalmente questo doppio non si distacca dalle solite lande dei Melvins, o per lo meno lo fa nella colonna sonora più che nell’originale Death. Quest’ultimo, infatti, infila una serie di numeri tutto sommato riconoscibili (Euthanasia, Sober-delic (Acid Only), …), seppur con una vena melodica post-grunge più marcata che in passato (What’s Wrong With You?, Edgar The Elephant, …), e con una notevole ispirazione generale seppur limitata, per forza di cose, all’ambito di riferimento. Della serie, non si esce troppo dal seminato ma quello che si fa lo si fa in maniera eccellente.

In Love, invece, si hanno le “sorprese” più evidenti. Giustamente legato alle immagini del corto sperimentale, l’album vede il pachiderma sonoro tipico della casa sciogliersi e dilatarsi in pulsioni avant, collage sonori, esperimenti (semi)elettronici, stralci di spoken-word, droni che vanno e vengono, carillon del disagio ed espressionismo noise d’accatto. Non che i Melvins non ci avessero preparati a cotante brutture, vedi alla voce Prick o Pigs Of The Roman Empire, tanto per fare dei titoli, ma staccato dalle immagini quest’album risulta (ovviamente) disorganico e leggermente noioso. Facendo una media tra i due, il voto è un bel 7.

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