Recensioni

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Cambiano pelle come rettili ormai i Melvins. Non si fa in tempo a pensarli “storicizzati” che ti sorprendono facendo i giovani (vedi alla voce ep in digitale per The Bulls And The Bees) o svarionando da tutt’altra parte.

Ennesimo disco, ennesima formazione – stavolta avvalorata dal moniker nuovo di zecca Melvins-Lite – ed ennesimo suono. Lasciati da parte temporaneamente i due Big Business, peraltro prossimi al comeback e al tour europeo che toccherà anche casa nostra, a fornire i (contra)bassi in questo Freak Puke è nientemeno che il Trevor Dunn già nei Mr. Bungle e nei Fantomas.

L’unione fa notoriamente la forza e se di forza pachidermica l’accoppiata Buzzo-Crover ha già dato ampiamente prova, in questo caso potremmo dire che fa anche “sperimentazione”. Nulla di trascendentale, ma si nota nell’impianto hard&heavy particolarmente tinto di sonorità e suggestioni seventies, una voglia di dare qualche colpo di fianco e tentare se non vie, per lo meno approcci nuovi. Non si preoccupino i die-hard fan. Svisate come quelle che inaugurano Worm Farm Waltz annegate nel wah wah o quelle da cavalcata dell’apocalisse di A Growing Disgust, lasciano poco all’immaginazione tributando il giusto omaggio alle jam 70s cui i Melvins sono affezionati mentre l’acido rock peso e monolitico riemerge carsicamente tra la title track, Leon Vs. The Revolution, Let Me Roll It (cover di McCartney svolta tra presa per il culo e sonorità cafonissime).

Già nell’apertura di Baby, Won’t You Weird Me Out o nel cuore della citata Worm Farm Waltz però, è riscontrabile il tentativo di inserire qualcosa di nuovo, tra pesantezze e cesellature, contrappunti e bordoni, mentre altrove le aperture all’intrusione di corde aliene al suono del trio – e qui gioca un ruolo fondamentale Dunn tra archi, sfregamenti di archetti, ecc. – rimandano quasi a atmosfere neo-classiche e danno al tutto un senso di alterità straniante che ce li restituisce più vivi che mai. La litania malata tutta corde e abissi di Holy Barbarians, l’intermezzo cameristico di Inner Ear Rupture, la lunga suite sperimentale di Tommy Goes Berserk ci dicono di un lavoro non memorabile ma che è, se contestualizzato in una ormai elefantiaca produzione discografica, un bel colpo d’ala. Oltre che la conferma di come i Melvins siano tutto fuorché appagati dall’aver creato un suono.
 

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