Recensioni

Ai Melvins un paio di cose non sono mai mancate: l’autoironia, la capacità cioè di non prendersi mai troppo sul serio senza per questo essere dei cazzoni, e la voglia di sperimentare, ricercare, variare il canovaccio spesso e volentieri con collaborazioni a 360 gradi.
In Hold It In l’incrocio tra le due traiettorie di cui sopra si materializza in un lavoro a 8 mani tra King Buzzo, Dale Crover e i due Butthole Surfers, Paul Leary e JD Pinkus. Come a dire, garanzia di qualità ma soprattutto di follia strumentale, oltre che rappresentazione plastica di una vicinanza e una affinità che va indietro nel tempo fino al mondo pre-internet. Ecco così tutto e il contrario di tutto, in un susseguirsi delle molte anime dei due duo: le cavalcate influenzate dalla personale idea di hard-rock cafone che i quattro sembrano condividere (Bride Of Crankestein, Onions Make The Milk Taste Bad, Sesame Street Meat, Piss Pisstoferson), passaggi a dir poco strambi in cui si nota la vena pop-storta dei surfisti del buco del culo (che è un nome magnifico l’abbiamo già detto?) come in You Can Make Me Wait (con tanto di vocoder improbabile), Brass Cupcake o la countryeggiante (?!) I Get Along (Hollow Moon), cafonate alt-metal anni ’90 sempre eccessive e sopra le righe al punto da risultare quasi parodistiche (Nine Yards), suite che sembrano Frankenstein sonori nel mischiare tutto ciò che si è detto fin qui (The Bunk Up) e la lunghissima House Of Gasoline, hard-stoner-rock massimalista che la AmRep provvederà a stampare in un 10” apposito e che ci rimanda indietro fino a Stoner Witch.
Hold It In è un album interlocutorio, riuscito fino ad un certo punto – perché ai Melvins tutto si perdona, spesso pure troppo – ma che i fans della band di mr. Osbourne ameranno al pari dei tantissimi passi storti (non sbagliati, sia chiaro) e dei tanti divertissement disseminati lungo una carriera ultratrentennale. Per la cronaca, questo dovrebbe essere il disco lungo numero 24.
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