Recensioni

Ed eccoci ancora all’appuntamento con un nuovo disco di Humpty Dumpty. Quanti ne ha pubblicati? Inutile contarli. Quel che è certo è che da queste parti si ascolta il musicista messinese da molto tempo. Inizialmente con quel po’ di sconcerto per l’evidente contrasto tra la qualità delle idee e la fedeltà fin troppo bassa scaturita dalla fiera impostazione DIY, tuttavia non ci voleva molto a capire che non si trattava di imperizia ma di una scelta lucida, convintissima. Fondante.
Per Alessandro Calzavara – che nella vita vera è professore di filosofia – non ci sono mai stati margini per negoziare coi meccanismi produttivi standard. Non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di far incastrare la sua musica con gli ingranaggi, di formattarla sui formati, di adeguarla alle tempistiche e alle prassi, di renderla utile e vendibile: forse perché altrimenti non avrebbe avuto senso farla, e il senso gioca un ruolo decisivo in ciò che Calzavara suona e canta.
Nel frattempo quel suo inveterato fai da te ha potuto fare affidamento sul grande balzo in avanti dei progressi tecnologici, mentre di pari passo è aumentata la padronanza in termini di scrittura, arrangiamento, interpretazione. Insomma, da qualche anno i dischi targati Humpty Dumpty sono usciti dal bozzolo (spesso comodo) del lo-fi e se la giocano con, beh, quello che gira intorno. Guadagnandosi solo briciole di visibilità, certo, perché così vanno le cose, perché sono competizioni e forse anche discipline diverse, ma se non altro i suoi lavori conservano una qualità piuttosto rara: possiedono un linguaggio proprio, peculiare. Uno sguardo.
Che utilizzi l’inglese o – come capita nel qui presente Et cetera – l’italiano, le sue canzoni gettano sul presente uno sguardo – appunto – pieno di disgusto. E non, si badi bene, quel disgusto snob di chi pone se stesso su un podio col principale obiettivo di osservare dall’alto e sputacchiare/strombazzare giudizi. No: lo sguardo di Calzavara è orizzontale. Attraversa ad alzo zero la realtà di cui canta (suona) le ambiguità, le dinamiche intossicate, le mitologie farlocche, le trappole concettuali a basso peso specifico, l’inaridimento affettivo, la sterminata solitudine iperconnessa.
Mentre sembra voler strozzare i mostriciattoli che popolano i dispositivi concettuali in voga – tutta la fantasmagoria degli iper-luoghi comuni algoritmici, il formulario relazionale, la manualistica culturale… – nella voce di Calzavara avverti il ruvido dell’afflizione, la vibrazione sfuggente ma densa di empatia e rimpianto. Accade anche e soprattutto in virtù di una voce che sembra distillare lo spaesamento immaginifico e chiaroscurale di un Barrett per speziare un infuso torbido e sdegnoso Faust’O. E anche – certo – grazie a una trama sonora qui collocata con una certa precisione/concisione dalle parti di certa new wave sintetica, talora spinta in zona più elettrica e dark, il che appunto ben si coniuga con la “poetica” di cui sopra. Tutto ciò, chiaramente, al servizio di una scrittura mai banale, nella quale il corrosivo e l’accattivante si avvicendano, si sovrappongono, si completano, dove per ogni malanimo (spinto fin sui lidi di un pessimismo così crudo da apparire liberatorio) intravedi la soglia che sporge su salvifici approdi spirituali.
Giusto distribuire i meriti: i testi sono opera di Giulia Merlino (filosofa nonché compagna di Calzavara nella vita), Gianluca Ficca (ricercatore e psichiatra) e della misteriosa Florita Campos (chi si celerà dietro a questo evidente nom de plume?). Quanto alle musiche, compone e suona tutto il buon Humpty, a parte il basso affidato a Giovanni Mastrangelo.
Detto ciò, bisognerebbe spendere due parole sulle canzoni. Che si mantengono – tutte e undici – su un livello come minimo buono. Ovvero: in ognuna avverti qualcosa di ossessivo e pungente, di minuziosamente slogato, di languidamente angoscioso. Pesco dal mazzo quelle che mi sembrano spiccare: inevitabile iniziare con la prima traccia, Cos’altro dire, agile e sfrangiata malgrado la pensosità ombrosa del testo (“Un po’ come se fossi già/La cenere che svanirà”), mentre su un versante simile Il vernissage procede radente e beffarda mettendo nel mirino la deriva vetrinistica e artistoide di più o meno tutto (“Poi i resti di noi due/saranno allegorie/Pronte per un vernissage”).
La mort peut briller è invece una ballata capricciosa e dinamica da qualche parte tra i Japan e i Matia Bazar periodo wave, notevoli il tono infingardo con cui sgranocchia le ricette del vivere agile sopra le righe illusorie (“Berlino è proprio il top/Cose belle around you/Of course ho pure il pass/Per il Sonar Festival”) nonché quella coda smithsiana recitata dalla scrittrice Giuseppina Borghese (autrice – va da sé – di A Manchester con gli Smiths).
Impossibile poi non citare La tua parte di notte, suggestiva e fumigante, da qualche parte fra primi New Order e Garbo, tutto un abbandono languido spalmato su un’apnea relazionale in procinto di farsi patema (“Sei davvero tu?/Non lo so/Ma scorre via”), così come merita menzione In fila per ore con le sue turbolenze esistenziali in un crogiolo wave rarefatto e malmostoso (“Scomparire/Come il vapore/Sui vetri/D’inverno”). Chiude il programma La tazza preferita: radiosità orizzontale quasi kosmische in equilibrio sul filo di un’astrazione acida, il tutto in orbita stretta attorno al tema del trapasso (“E non sembra anche a te/Che sia bello il mio sorriso?/Su questo viso che si spegne/Come luce fioca di stelle lontane/E già morte”) fino al suggello affidato alla voce recitante della giornalista Giada Lottini.
Ed eccoci qui a tirare le somme di un altro album assai raccomandabile di cui probabilmente sentirete parlare poco, pochissimo, forse per niente. E intanto l’algoritmo – nelle sue molteplici emanazioni – macina, raccoglie, calcola, dispone, profila, sommerge, ignora, propone. E ricomincia. Ancora e ancora. Con l’intangibile, spietata innocenza della più pura efficacia. Et cetera.
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