Recensioni

Un anno fa, mese più mese meno, aprivo la recensione di La vita odia la vita sostenendo quanto segue: «è diventato quasi noioso recensire Humpty Dumpty». A proposito del nuovo Lie/ability, sono in grado di confermare: recensirlo è noioso. Perché tocca dire le solite cose, riassumibili più o meno nella formula: è tanto bravo e ispirato quanto poco conosciuto. Uno schema che si ripropone a ogni nuova uscita. Anche in questa ultima prova – la ventesima, se non ho sbagliato a fare i conti – si dimostra intenso, intrigante, crudo fino all’asprezza riguardo alla poetica dei testi. Tutto ciò al solito riverbera nella voce, mai “educata” eppure mossa da una determinazione a esprimere che la rende generosa, perturbante. Prosegue anche la tipica alternanza dell’idioma, con l’italiano che lascia il posto all’inglese, ovvero ai testi di Gianluca Ficca (che nella vita reale è professore di psicologia). E quindi, cosa dire che non abbia già scritto in quasi vent’anni di recensioni e non so più quanti dischi licenziati da uno dei segreti meglio celati del chiamiamolo-pure-indie italiano?
Forse potrei spendere due righe sulla sua coerenza, sul modo in cui riesce a rimanere in un solco ben definito senza scivolare nella monotonia. C’è evoluzione nel percorso di Humpty Dumpty? A quanto ricordo, nella sua musica ho avvertito da sempre l’influenza centrale di Syd Barrett via Robyn Hitchcock, la fusione fredda tra cantautorato e art-wave di Faust’O, l’incandescenza algebrica dei Wire, più un nugolo di particelle quanticamente in bilico tra psichedelia e new/no wave che fanno pensare ora a Brian Eno e un attimo dopo a Julian Cope, con in più qualche strizzata d’occhio all’estrosità Roxy Music compensata da ripiegamenti ombrosi Joy Division. Tutto questo si avverte anche nel nuovo lavoro. Che pure suona turgido e affilato, sottile e cazzuto come non mai.
Humpty Dumpty, da sempre refrattario alle logiche commerciali – il suo è un DIY integrale, autoproduzione, esecuzione (suoi tutti gli strumenti, a parte il basso affidato a Giovanni Mastrangelo) e autopromozione senza cedimenti – sembra in ragione di ciò immune a formule tipiche in ambito rock (e oltre) quali la necessità di evolvere e cambiare pelle per mantenere viva la proposta. Il suo sembra anzi un processo di messa a fuoco progressiva, un approssimarsi disco dopo disco alla forma finale del suo esprimere. Ecco: il percorso di Humpty Dumpty/Alessandro Calzavara somiglia a uno sviluppo fotografico, a un’immagine che s’impossessa gradualmente di contorni sempre più nitidi, oppure – se preferite – fa pensare a una scultura additiva, un accumulo di elementi che non tradisce l’essenzialità della calligrafia. Tra questi elementi è sempre – da sempre, pur con le oscillazioni del caso – centrale la chitarra, però mai come oggi si è proposta quale perno e motore della calligrafia, una chitarra dinamica e mercuriale, fosca e dentellata, bizzarra e lancinante. Finisce quindi che un disco come Lie/ability (a proposito: niente male il calembour che impasta responsabilità e menzogna, no?) suona particolarmente contemporaneo visto il ritorno del “rock con chitarre”, che non smuoverà numeri apicali ma se non altro pare essere in grado di raccontare le vibrazioni profonde di questi tempi irrequieti.
Dalle tredici tracce spiccano a mio avviso White Noise col suo incedere agile e gli stacchi acidi, il gioco di specchi ipnotico di Self Crucify, la rarefazione ombrosa e sclerotizzata (il post-punk che s’incunea cupo e matematico nei 90s più arty) di The Monster’s Ride, nonché la conclusiva Summer con la viola presa in prestito a un miraggio John Cale e il ritornello che fa incontrare Barrett e Robert Smith. Ma è lo sguardo complessivo a costituire la ricchezza di un disco solidamente frastagliato, intenzionato a esplorare i risvolti torbidi della quiete, apparecchiando un baccanale rock intellettualmente acceso e musicalmente sbrigliato, spigoloso, suggestivo.
Lo trovate, come sempre, in download gratuito sul bandcamp (ma si può anche comprare il CD).
Amazon
