Recensioni

7.4

Di Humpty Dumpty, entità musicale dietro cui si cela e agisce Alessandro Calzavara, abbiamo detto molto negli anni passati, commentando dischi che mettevano in luce un’attitudine brillante per il pop obliquo, costruito su germogli visionari che dai 60s ramificavano fino a scavare inquietudini post-punk, suggerendo quali numi tutelari certi genialoidi alfieri della neo-psichedelia come Julian Cope e Robyn Hitchcock. Alla padronanza di metodo e materia non è mai corrisposta però la determinazione a farne un veicolo per il – perdonatemi il termine – successo. Detta più chiaramente, a Calzavara non interessa fare delle proprie canzoni un commercio. Le sue sono ragioni solide e meditate, che non è il caso qui di approfondire (ci abbiamo già pensato a suo tempo in questo articolo).

Fatto è che un anno abbondante dopo il buon Dissipatio HD, arriva questo Etnomology (se non abbiamo contato male, il dodicesimo album del Nostro), che raccoglie quindici tracce, stavolta tutte in inglese, prodotte con il consueto spirito autarchico, cioè mediando tra bassa fedeltà fisiologica e caligine wave intenzionale. Humpty Dumpty carica questi “reperti estetici” di decadenza, allarme, sordidezza e languore, avendo cura di farli suonare contemporanei, chiose critiche ed emotive indifferenti al circo retromaniaco. Sono canzoni suggestive, fragili e tenaci, ipnotiche e frastornanti: incantesimi pervasi di desiderio e presagio di perdita, come la toccante A Shot Of You And I, marcette folk blues cavernose e bislacche come Cherries (come potrebbe uno Scott Walker beffardo), costrutti radianti e brumosi come Time (quasi una malinconia Bauhaus) oppure etno-funk bordati di tastiera come la quasi title track Entomology.

C’è poi ovviamente l’Hitchcock che confessa scrupoli alla luna (Surrender), Cope che mastica poltiglia allucinata Brian Eno (Britney) e persino una sbrigliata cover degli Smiths (la svenevole bizzarria di Back To The Old House). Ho smesso di augurarmi che un produttore illuminato prima o poi si accorga di questo bendiddio e decida di investire su Humpty Dumpty denaro e mestiere, dotando la sua musica di una confezione finalmente appropriata. Ho smesso perché ho capito, forse, che la pelle di queste canzoni, il loro suonare, è una calligrafia. Una forma interiore. Una stregoneria in levare. Congrua. Ineludibile. Sincera.

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