Recensioni

7.4

È diventato quasi noioso recensire Humpty Dumpty (non più, aggiungo, di quanto in genere sia noioso recensire bei dischi). Il fatto è che tocca ripetere sempre le stesse cose. Seguo i suoi “segnali di vita” da, diciamo, quindici anni. Forse di più. Sicuramente di più. E ogni volta avverto la vibrazione di un genio in crescita anche se riluttante, uno che non ci sta a recitare la parte del musicista come fenomenologia dello straordinario, con tutta la ritualità del privilegio che ne consegue (tipo: voler vendere i propri dischi), e quindi vive il proprio essere musicista come un ingrediente attivo dell’essere cittadino, quest’ultimo visto come individuo che realizza il dominio del pensiero, della critica che agisce senza remore tra sociale ed esistenziale. L’età però riesce ad ammorbidire tutto, quindi fortunatamente anche la determinazione di Alessandro Calzavara (così lo conoscono all’anagrafe messinese) finisce per mostrare qualche smagliatura e si/ci concede di stampare ben 100 CD dell’ultimo lavoro, così da garantirgli un’esistenza fisica (oltre a quella consueta – streaming e free download – sul suo canale Bandcamp).

Entrando nel merito di La vita odia la vita, cosa dire: fin dal titolo, può apparire spietata, la calligrafia di Alessandro/Humpty. A tratti feroce, persino crudele. Mai cinica, però. Anzi: del sentire, dei sentimenti che si scompaginano all’interno di scenari spinti al limite del rigore, non si smette di avvertire il riverbero praticamente mai, anche se ogni verso suggerisce – rivela – il vuoto che avvolge il cuore delle convenzioni, dei rituali, delle pose emotive calendarizzate (“Domenica è un orfano/ai piedi del mio letto”, “ascoltala/ora che non ci sei/la voce sgonfia del weekend”, e via discorrendo). Lo fa anche oggi che la palla delle liriche passa nelle mani di Giulia Merlino, compagna di Alessandro nella vita, brava a sottolineare l’aspetto analitico/morboso dei temi che pure si sviluppano in continuità con i (molti) dischi passati, mettendo quindi al centro del mirino la pubblica ottusità con piglio spietato, feroce, a tratti persino crudele (ma cinico no, mai). 

Se in passato mi è capitato di criticare una certa trasandatezza produttiva, quasi che la carenza di mezzi venisse volutamente enfatizzata per farne – chessò – una medaglia al valore, da qualche anno a questa parte gli arrangiamenti tradiscono lucidità e padronanza sempre più smerigliate. Nel qui presente album numero diciannove firmato Humpty Dumpty, un Calzavara probabilmente libero dall’onere dei testi si concentra più che mai sui versanti della composizione musicale e della definizione sonora. Ci imbattiamo quindi in strutture elettrosintetiche che mirano al delirio evocativo di una new wave mandata a stridere coi solchi ancora vivi del glam (alzate lo sguardo e vedrete scie lasciate dal passaggio di razzi Brian Eno in un cielo radioattivo), in azzardi e collassi no-wave, in un pop disallineato e slogato di ascendenza Faust’O, Julian Cope e Robyn Hitchcock

Il risultato sono nove pezzi – durata media circa sei minuti – che delimitano stanze di smarrimento contemporaneo e rancore annidato alla radice del sentirsi vivo dentro scenari intrisi di ostilità. Canzoni che barcollano colpite dalla durezza della rivelazione, dalla trappola della comprensione, sfiorando il grottesco a due passi dal gotico (la title track), rischiando la processione dark (In Absentia) per resuscitare romanticismi radenti e disperati (Una discreta approssimazione), capaci di avventurarsi in sussulti giocattolo saturi di insidie (in A vuoto, dove quasi senti collassare suggestioni Wire, Joy Division e – è il caso di insistere – Faust’O), per poi approdare nella quiete battente (l’ossimoro è d’obbligo) di Anni luce, limature di neo-psichedelia e teatralità Roxy Music un attimo prima di declinarsi prog (ma un attimo fon-da-men-ta-le), il post punk strizzato fino all’invettiva nel ritornello (“Miliardi i corpi/scomparsi corpi arsi”), la memoria che risale le radici dello spleen con tutta l’aria di volerti impedire il respiro (“A corto di prati/stasera i ginocchi graffiati/dai sassi/ricordano i sogni/che abbiamo tra i fossi”).

Ripeto: è quasi noioso doverlo ripetere ogni volta, ma dalla sua prospettiva così fieramente marginale, col suo codice refrattario alla mediazione eppure ben innestato in un’estetica riconoscibile (persino, ohibò, gradevole), usando la voce (la testa, il cuore) col solito piglio sdegnato, spietato, feroce, a tratti persino crudele (ma cinico no, mai), Humpty Dumpty ha messo a segno un altro disco bello e disturbante (forse anche necessario).                  

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