Recensioni

7

Messiness è il nuovo album del siciliano Humpty Dumpty ed è un sapiente contenitore di influenze soniche in bilico tra il gusto pop figlio della lezione dei Beatles e lo sperimentalismo ricco di contaminazioni caro a Beck. Se in Open è proprio l’artista losangelino a far capolino tra le schitarrate in primo piano e l’elettronica di supporto, Professionalism, con la sua varietà di atmosfere tra la psichedelia e la new-wave alla Cabaret Voltaire, fa da compendio per il carattere dell’intero album. Ci sono poi gli A Certain Ratio in versione pop di The Brood e il dream-pop desertico di To Get Inside a testimoniare la ricchezza di un album imprevedibile, dove ogni brano nasconde sempre una certa dose di incertezza. Si potrebbe dire che il lavoro di scrittura e, soprattutto, di produzione scaturisca da un certo post-punk britannico a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, dove l’estetica evolutiva di gruppi come Durutti Column esprimeva al meglio la volontà di attingere liberamente dai generi più disparati. E così accanto a Faith, in cui è un’elettronica oscura a segnare l’arrangiamento, c’è una Ambition dove sono i Wire ad emergere (vedi Pink Flag) tra chitarre liquide e riverberate che non dispiacerebbero agli Ulrika Spacek di The Album Paranoia.

Messiness è un album vario e accattivante, che tiene a bada lo sperimentalismo contrapponendolo ad una immediatezza a tratti pop. Un disco che mette in fila la psichedelia, il folk e l’elettronica sporcandoli con un rock anacronistico che tende la mano all’ascoltatore ma, allo stesso tempo, lo sfida ad attraversare lo specchio.

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