Recensioni

Sono convinto che meno si parla e si scrive di Lucio Corsi, meno lo si rappresenta, e meglio è. Per lui, certo, ma anche per noi. Ribadisco: raccontare Corsi, indagarlo, scandagliarlo, peggio ancora spiegarlo, rischia di rivelarsi un’operazione frustrante e persino dannosa perché le sue canzoni sono fatte di una sostanza al tempo stesso potente e fragilissima, ipnotica e (perché) volatile: se provi ad afferrarla rischi di disperderla come un anello di fumo. Eppure, dobbiamo pur scriverne in qualche modo, non è un fenomeno che si possa trascurare. Detto ciò, se c’è qualcuno che poteva farlo (raccontare Corsi, indagarlo, scandagliarlo, rappresentarlo), e azzeccare il taglio giusto, lo sguardo e la pennellata adatti, questi è Donato Zoppo, in tempi recenti autore di eccellenti immersioni in Ko de mondo dei CSI e Desaparecido dei Litfiba.
Zoppo avvisa fin da subito il lettore: non ha scritto una biografia archivistica, notarile. Non voleva e forse non poteva farlo. Il perché lo si intuisce dalle parole dedicate al personaggio Corsi nella sua incarnazione più eclatante, ovvero quella successiva all’apparizione festivaliera: “Intruso tra i cantautori perché in fibrillazione rock sin da ragazzo, strano per Sanremo perché non organico al carnevale festivaliero, disinteressato alla retorica dell’eccesso per rimarcare la sua differenza, sobrio rispetto al pancione di Loredana Bertè, al trucco pseudo punk della prima Anna Oxa e all’attacco alla decenza di Pupo ed Emanuele Filiberto, Lucio Corsi ha portato lì la sua identità, la sua storia, il suo mondo. Lo ha fatto con semplicità, senza compiacenze: il successo, al di là del valore della canzone, è nato proprio da questa sensazione di strana normalità al potere”.
Una “strana normalità”, appunto: non quella contundente dell’antagonista, non quella forzatamente bizzarra o peggio scandalosa del freak stiloso catodicamente progettato, ma un esserci fisiologicamente anomalo, peculiare perché sintonizzato sulle frequenze dell’immaginario che insegue senza obiettivi, senza target, in forza di un desiderio che lo chiama a tracciare il perimetro di una poetica dell’altrove dove accucciarsi per farne casomai il trampolino per rovesciare l’inerzia equilibrata del normale (“sguardo capovolto tra paradossi quasi zen, prospettive ribaltate, rifugi nell’anacronismo, irruzioni del fantastico”).
La ricognizione di Zoppo è cronologica, segue le tracce di Corsi dall’infanzia fino al sopraggiungere della fama, dall’allestimento in stile busker del duo Miaosatelliti (con Frederikk Batteridge) al trionfo imbevuto di spiriti Seventies del concerto all’Abbazia di San Galgano, passando dai primi EP agli album fino (appunto) al palco sanremese. Una linearità narrativa che non gli impedisce di mantenere la levità incalcolabile del passo rapsodico: la scrittura non sciorina dettagli ma evoca devozioni, ossessioni, allucinazioni: tenta di calcolare la complessità gassosa di una calligrafia riconoscibile sì, ma non circoscrivibile. Scomoda divinità e star, attori e motociclisti, rocker e cantautori, persone reali e personaggi di fantasia (o viceversa, chissà): da Fufluns a Doolittle, da Jake Elwood a Topo Gigio, da Barry Sheene a Paolo Conte, da Ivan Graziani a Flavio Giurato, dagli Osanna a Elton John, da Marc Bolan a Renato Zero. E tutto sembra congruo, appropriato. Accurato.
In più, Zoppo sa come abbeverarsi da fonti che alzano il livello dell’analisi, tipo lo scrittore e artista surrealista Alberto Savinio o il filosofo Wittgenstein, pescando dal primo il mistero del mito profondo annidato nel quotidiano e dal secondo lo schiudersi in modalità vaso di Pandora del potere evocativo del linguaggio (mentre collassa nella sua stessa insensatezza). Ma tutto ciò avviene senza alcuna pedanteria, conservando cioè la fragranza di sigarette fumate con mood godereccio, il gusto domestico e rotondo di tortelli maremmani e tagliatelle al sugo del ristorante Macchiascandona. Perché se da un lato si devono fare i conti col concetto denso e sottile di intemporalità (“per tanti artisti, anche per Lucio, la prospettiva del tempo non esiste perché non esiste distanza tra l’allora e il poi”), dall’altro il cuore della faccenda si può riassumere con la più solare semplicità: quelle di Corsi “sono canzoni bambine, scritte con lo sbalordimento gioioso, il gusto per il gioco dei contrari”.
Una semplicità così organica all’individuo-artista-personaggio che non viene meno neanche quando mischia le carte in situazioni più, come dire, mondane, tipo il coinvolgimento nelle sfilate per Gucci a Palazzo Pitti, assieme allo spirito (non simile ma) affine Francesco Bianconi. La cronaca di Zoppo si fa qui quasi tondelliana: “La corporatura longilinea e l’aspetto efebico permettono a entrambi di affrontare la passerella con credibilità (…). Alteri, tra il regale e il voluttuoso, decadenza da basso impero e supponenza vittoriana, Caligola e Oscar Wilde. Maremma ugly-fashion, Rinascimento rock ‘n’ roll instagrammabile”. Una credibilità che il ragazzo di Grosseto si tiene stretta perché ha sempre istintivamente seguito un’idea-stella polare: “L’immagine è il prolungamento plastico della musica”, e non quindi una guarnizione, un accessorio, un suo potenziamento utilitaristico. Musica e immagine si tengono a vicenda, nel gioco della stranezza che negozia senza posa con la normalità.
Questo e altro in un saggio tanto conciso quanto denso e stuporoso. Vera e propria chiave di accesso a uno dei codici espressivi più particolari e magici capitati alla musica italiana da una ventina d’anni a questa parte.
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