Recensioni

6.8

A due anni esatti dall’esordio lungo con Bestiario musicale, Lucio Corsi torna con un album che non si discosta più di tanto dall’immaginario tracciato da quel «lavoro fiabesco e cantautorale che sembra(va) arrivare da altri tempi», come lo definimmo all’epoca. Il cantautore toscano adesso ha 27 anni e, acquisita una certa maturità, decide di traslare lo spettro del suo investigare, l’osservazione delle cose naturali e la sua proverbiale afflizione per il mondo materiale e i drammi che lo coinvolgono, verso l’intera penisola italiana. Il suo Cosa faremo da grandi? è innanzitutto la cronaca di un difficile peregrinare tra le contraddizioni del nostro paese esaminato da chi non è capace di star fermo un attimo a razionalizzare, ad analizzare questo o quel tipo di disagio sociale, collettivo, umano, da un unico punto di vista, ampliando invece il ventaglio di avventure/disavventure che condiscono la vita del narratore/autore/menestrello. Da queste premesse iniziali si muove il cantautore maremmano e gli fa eco un disco che fa della sua incoerenza un’arma, della semplicità la sua caratteristica migliore, e che gode finalmente di una produzione all’altezza della proposta (dietro le quinte troviamo infatti  Francesco Bianconi dei Baustelle e Antonio “Cooper” Cupertino).

Nove brani (per un totale di 28 minuti scarsi) che vengono inaugurati dal saluto alla terra natia, siamo sulle spiagge della Toscana, dove Corsi immagina di scardinare l’ordine naturale del “buon vivere”. Si va per metafore e qui (incastonata nella title-track) quella di un uomo che raccoglie le fatiche di una vita per poi buttarle al vento, di certo un modo sensazionale di raccontare le indecisioni del nostro presente, l’incertezza che serpeggia anche nelle generazioni più attempate. Incertezza emotiva è quella che attanaglia la città di Milano (raggiunta proprio grazie all’impavido treno ad alta velocità delle Ferrovie dello Stato), dove l’immensità delle strutture residenziali e aziendali soffoca l’elaborazione del lutto (con un finale di chitarre glam strozzate), tanto da farci ricorrere all’immaginazione per tornare indietro nel tempo e cercare almeno di recuperare le antiche amicizie perdute, quelle maturate in un’infanzia spensierata vissuta in provincia (L’orologio). Si prosegue per assurdo, con un vento che appare in un programma televisivo (gli odiati talent show) dal quale viene eliminato (!) e che magari aveva solo intenzione di cambiare il panorama attorno a sé, con Trieste a far da grigio sfondo.

Onde, improvvisamente, spezza il perfetto equilibrio estetico e compositivo con un’ode al mare – al quale il Nostro non può assolutamente rinunciare (come già Ivan Graziani prima di lui) – e conduce al talkin’ blues che più che ai menestrelli del folk americano sembra rimandare al buon Giovanni Truppi (pur peccando in ispirazione). Un amico che vola via e arriva fino alla Luna per poi precipitare giù dà modo di rinforzare il leitmotiv del lavoro, quel buttare al vento imprese che alla fine imprese non sono, perché la vita è vita per chiunque e si può condurre come meglio si crede; un mero riempitivo privo di una ragion d’essere evidente che appunto fiacca non poco questa seconda parte. Bigbuca riporta a dimensioni più fiabesche – quella storiella che da bambini ci raccontavano quando facevamo buche troppo grandi in spiaggia (che se continuavamo saremmo sbucati in Cina) – ma aggiunge un pizzico di malinconia (di baustelliana matrice) verso un modo incantato di pensare e immaginare, che forse oggi appare fin troppo anacronistico. Il giocoso rimembrare un’infatuazione amorosa, un po’ barocca nell’incedere, un po’ dentiana nella digressione, chiude su una nota lieta a metà, in cui l’illusione di felicità – di questi tempi – forse basta a se stessa.

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