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A stretto giro di posta dall’approfondimento su un’altra pietra miliare del rock italiano, ovvero Ko De Mondo dei CSI, torna Donato Zoppo e allunga lo sguardo su un’altra epoca, su un’altra dimensione spazio-temporale ma al tempo stesso su un altro album fondamentale per comprendere le dinamiche del rock (in) italiano, stavolta degli ’80: l’esordio dei Litfiba Desaparecido.

Un disco che è indubbiamente una pietra miliare della new-wave della penisola, insieme a pochi altri e di quei pochi altri, paradossalmente ma nemmeno troppo, buona parte sono proprio di area fiorentina, esattamente come il “gemello cattivo” Siberia uscito un solo mese prima, in un periodo tanto naif quanto dilettantesco eppure di primaria rilevanza per comprendere cosa e come arrivasse nella periferica Italia di quella nuova onda che altrove stava facendo proseliti. Indagare un disco del genere diventa quindi una sorta di doppio scandaglio: nel disco e nel gruppo che quel disco ha pensato, composto e suonato, ovviamente, ma anche in tutto ciò che intorno a quel gruppo e quel disco c’era, girava, viveva, influenzava: Rokkoteca Brighton, IRA, Banana Moon, Contempo, Raf, Bruno Casini, Giovanotti Mondani Meccanici, solo per fare qualche nome di un arcipelago di situazioni.

E Zoppo lo fa con penna lieve, spesso di quella leggerezza calviniana per intendersi, e puntuta, precisa come un bisturi – o uno stiletto, per omaggiare la band – eppure pronta all’aneddotica, al ghiribizzo, alla riflessione e alla contestualizzazione con l’occhio di oggi; e lo fa come una specie di messa in scena, forse anche qui per omaggiare le doti istrioniche di chi sul palco rappresentava la band fiorentina, introducendo via via i protagonisti di quello che alla fin fine fu un quinquennio magico o poco più, prima che le tensioni, i caratteri, le divergenze, prendessero il sopravvento e mettessero fine a un capitolo, IL capitolo dei Litfiba, e ne aprissero un altro, ben presto diventato tutt’altro, al punto che viene da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio chiuderla lì quella sigla e non trasformarla in qualcosa spesso ai limiti dell’imbarazzante, sia sopra che sotto al palco.

I cinque della formazione storica (e Alberto Pirelli, e Bruno Casini, e Francesco Magnelli, il “sesto Litfiba”) entrano quindi uno per volta, anzi scendono uno per volta in quella cantina umida in Via de’ Bardi che chiunque abbia ascoltato un po’ di rock italiano (e un po’ più che distrattamente) sa riconoscere come luogo e parte del nome della band. E se agli eterogenei componenti della band, una volta scesi lì sotto, non restava che suonare, a Zoppo non resta che, canzone dopo canzone, ricordo dopo ricordo, aneddoto dopo aneddoto, riannodare i fili di un disco/discorso che è una band che è un periodo storico che è la storia pioneristica di un certo tipo di musica che è a sua volta un bellissimo tassello di un mosaico più ampio che probabilmente – concedeteci una licenza poetica, anzi una illusione lirica – si sta scrivendo ora, in qualche cantina umida, da parte di qualche gruppo eterogeneo di “genialen dilettanten” alle prese con la stessa urgenza espressiva che Zoppo ci restituisce appieno, al punto da farci sentire anche l’umidità della storica sala prove.

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