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7.7

Sono nato a mezzogiorno / tra le braccia di mia madre”. Inizia così Tu sei il mattino, traccia d’apertura di questo più che mai atteso quarto album di Lucio Corsi, ed è proprio da qui che occorre (ri)partire, per quanto sia impossibile ignorare quanto accaduto nel corso dell’ultimo mese e mezzo. Sarebbe riduttivo dire che la carriera – e la vita – del cantautore toscano, nonché il panorama musicale italiano tutto, siano stati letteralmente (s)travolti dall’uragano scaturito da quelle apparizioni a Sanremo con Volevo essere un duro e da quel secondo posto raggiunto al di là delle più realistiche previsioni, un’esplosione che lo ha proiettato nell’iperspazio dopo aver fatto il giro della morte come l’Altalena Boy di cui cantava ormai diversi anni orsono.

La Corsimania (da cui nessuno pare immune, nel bene e nel male), saga in attesa del fatidico capitolo Eurovision, è un fenomeno culturale e musicale di certo avvincente e relativamente inedito nello scenario nostrano, sia per le modalità con cui si è realizzato sia per gli esiti – ma, come si dice in questi casi, non è questa la sede per avventurarsi in certe analisi. Senza star lì troppo a discutere (che “c’è chi lo ascoltava da prima”; che “il cantautorato italiano in realtà non è mai morto ma se ne stava ben nascosto, bastava cercarlo”; che “finalmente ecco un cantante vero, altro che quelli coi tatuaggi e l’autotune”; che “però si lui rifà anche un po’ troppo a Tizio piuttosto che a Caio”; che “queste cose le faceva già meglio e prima di lui Sempronio” e bla, bla, bla), basterebbe semplicemente prendere atto, parafrasando certe scritte sui cavalcavia, che Lucio Corsi c’è (non importa dov’era prima, non importa dove sarà domani).

O magari, se si vuol davvero capire tutto questo o quantomeno darvi un senso, è proprio il caso di prendere le mosse da quell’incipit citato in apertura di recensione e da cui Volevo essere un duro, come album, si avvia: quei versi, mai così autobiografici, possono essere la chiave utile ad aprire diverse porte dell’universo corsiano – quelle di dietro, che danno sul passato, e quelle di davanti, che si spalancano sul presente e un possibile futuro. Se le atmosfere carezzevoli e zuccherose, tra il tanto amato glam rock (versante ballad) e Beatles (versante Lennon), di Tu sei il mattino guardano decise alla morbidezza sognante di Cosa faremo da grandi, title track del primo grande album “da adulto” del Nostro (altro ammiccamento è il riferimento alla “gente che non sogna”, che si lega direttamente al disco di due anni fa – ma sull’amabile autoreferenzialità testuale di Lucio ci vorrebbe un saggio a parte, dalle ricorrenti “buche” della luna dei tempi del Bestiario musicale ai girasoli con gli occhiali…), l’uso della prima persona e della rievocazione del vissuto – nella fattispecie, l’iniziazione all’amore ai tempi del liceo – sono un’immediata dichiarazione di poetica.

Come enfatizzato più volte nei passaggi promozionali a cavallo dell’uscita, queste nove canzoni inscenano un parziale cambio di prospettiva, mostrando un’attenzione diversa in fase di scrittura per un certo modo di mettere al centro le storie e i personaggi (tra cui l’autore stesso) facendoli vivere in un mondo di ricordi fantasiosamente (ri)costruiti ma comunque “tenendo i piedi per terra”, cioè senza parlare di onde, vento, animali, alberi, pali della luce ecc. Il trittico composto da Francis Delacroix, Il Re del Rave e Let There Be Rocko snocciola i tentativi, ottimamente riusciti, di mettere in atto tale proposito, mostrando una straordinaria capacità di intrattenimento nello sfogliare una galleria estremamente divertente di situazioni e immagini tra il fiabesco, il grottesco e l’assurdo; ecco che un amico (forse immaginario, forse no) diventa una specie di improbabile supereroe protagonista delle gesta più disparate, in un tour de force citazionista che mette dentro, tutti insieme, Pinocchio, Bob Dylan, Manzoni, Cervantes, Lolita, Siddharta, Cristoforo Colombo, Mattia Pascal e mille altri, facendoli ballare in un rock’n’roll acustico alla Bennato in combutta coi Blues Brothers (Francis Delacroix); ecco che il bullo della scuola media, dopo aver terrorizzato il Nostro da bambino, avergli rubato la fidanzatina ed essere precipitato nel vuoto da una sedia, si trasforma sul finale nell’Elvis di Jailhouse Rock come lo avrebbe riletto l’Ivan Graziani più scatenato (Let There Be Rocko); ed ecco che un discotecaro truzzo di provincia, che s’è fatto menare da due tipe di Frasassi, sembra Paul McCartney e ha un volpino che mastica gomme americane, da macchietta grottesca diventa suo malgrado il protagonista malinconico di una ballata che scomoda il Dalla rock dell’album omonimo in un arrangiamento da lode, cassa in quattro e bacio in fronte (Il Re del Rave).

In tale contesto, Volevo essere un duro acquista un senso ancora più compiuto da quello venuto fuori in diretta tv dall’Ariston, e si comprende ancor meglio la scelta di averla voluta come biglietto da visita per il grande pubblico: alla luce tanto del catalogo precedente quanto del resto del disco, difficile pensare a qualcosa di più quintessenzialmente Lucio Corsi di Volevo essere un duro, ricolma com’è di suggestioni, visioni ed immagini accuratamente cesellate, verso dopo verso, senza lasciare nulla al caso, mentre si adagia languida e pigra su archi decadenti alla Steve Harley / Cockney Rebel tirando fuori ancora una volta le chitarre armonizzate alla Mick Ronson.

Più che come una resa, la chiosa “non sono altro che Lucio” suona come un’affermazione sicura e trionfale in forza di un percorso artistico già solido e ora giunto a un’ulteriore maturazione, dal punto di vista sia musicale che lirico: una cosa come Sigarette la arrivi a scrivere dopo averne fatti tanti, di chilometri (o, parafrasando, dopo averne “accese più delle stelle”), potendoti permettere un elogio del disincanto e della solitudine fregandotene del politicamente corretto e giocandoti una melodia, una progressione armonica e un arrangiamento magnifici, degni del Lou Reed più delicato e sornione accompagnato dal piano elettrico di John Cale (per non parlare delle battute finali, una masterclass su come chiudere una canzone di due minuti: da prendere appunti – così come lo ha fatto lui dai grandi); stesso dicasi per Situazione complicata, ballata strepitosa dove un amore impossibile viene prima romanticizzato oltremodo e poi disinnescato dalla giusta dose di umorismo misto a un certo gusto british per l’assurdo (complice un viaggio in nave in Inghilterra e il ritorno a sorpresa di Francis Delacroix), in uno sfoggio di maestria verbale che, strofa dopo strofa, non può che lasciarti con un gran sorriso stampato in faccia, tanto più che in conclusione rispunta sfacciato il finale di Astronave Giradisco (dal disco precedente) in un raptus di autocitazionismo dadaista.

Sì, nell’arco di appena trentun minuti (la durata media dei brani è piuttosto concisa, come da scuola pop) succede tutto questo e anche di più, una ragnatela così fitta da restarci impigliati come mosche, tanti sono i riferimenti e l’amore nel riassemblarli e rielaborarli seguendo una personalissima visione che rimane, sostanzialmente, fedele nell’impianto stilistico già sviluppato nei lavori precedenti, con il pendolo che tende ad oscillare più sul versante cantautorato italiano “rock” di fine ‘70 inizi ‘80 (nel potenziale singolone pop Questa vita si omaggia, più che altrove, il maestro Rino Gaetano) che sul glam spinto de La gente che sogna (anche se le armonie altissime del sodale Tommaso Ottomano su Francis Delacroix, certe voci gravi in Il Re del Rave, la teatralità Meat Loaf nell’evolversi di Situazione complicata, un po’ di chitarre sparse e l’uso dell’orchestra riportano proprio lì), sempre con grande cura in termini di suono, produzione, arrangiamento (oltre a Corsi e Ottomano ritroviamo Antonio “Cuper” Cupertino, in squadra sin dall’approdo in Sugar).

D’altronde, come tutti i migliori artisti di ieri e oggi (non solo i grandi cantautori e musicisti a cui si ispira dichiaratamente, ma anche colleghi contemporanei come i Lemon Twigs, di cui è ammiratore confesso e con cui ha diversi tratti in comune in termine di influenze, estetica e approccio) Lucio Corsi è anche un artigiano, che lavora non solo di ispirazione e passione ma anche di studio ed esercizio, in un costante sforzo di perfezionamento, alla ricerca di una forma sempre diversa e possibilmente migliore; se l’obiettivo era quello di allargare lo spettro e alzare l’asticella senza necessariamente cambiare le modalità espressive, è stato centrato in pieno.

A conferma di tutto quanto detto sopra arrivano, opportunamente a fine scaletta (d’altronde si era iniziato col mattino), i sei minuti per piano e voce di Nel cuore della notte; nove strofe (sul canovaccio della ballata folk di stampo dylaniano) in cui il narratore si fa protagonista insieme ad Andrea, suo padre, il gatto e il camion, un viaggio cinematografico alla After Hours di Scorsese, qualcosa che è molto più di un esercizio di cantautorato di alta scuola (che sia quella romana di Venditti o quella americana di Randy Newman o Tom Waits, poco importa); è, semplicemente, la canzone che Lucio ci ha messo una vita a scrivere. Fino alla prossima.

Stasera saremo dei supereroi o topi delle fogne? /Quale sarà la nostra bandiera nel vento della notte?

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