Recensioni

Quando si apre lo spettacolo, sul palco si muovono alcune funeree figure avvolte in sudari sinistri, che per un momento fanno dimenticare di essere nel secondo dei due concerti milanesi già sold out da parecchio tempo e tra i più attesi del momento. Proprio allora si palesa Annalisa, sospesa in aria, con la sua lunga chioma rossa e i lustrini luccicanti di un completo nero, che rifulge molto in alto, bella come la Madonnina del Duomo e pronta a benedire tutti i suoi fan dentro l’Unipol Forum di Assago. Invece discende quasi immediatamente in un’infernale esplosione di fuoco, scintille e fiamme, una luciferina apparizione attraverso la quale è pronta ad ammaliare tutti nella propria maledizione pop durante le successive 2 ore e trenta, armata di canzoni-proiettili quasi tutte dentro i tre minuti. È l’introduzione al primo atto (e sogno) del suo Ma Noi Siamo Fuoco Tour.

La scaletta si apre con Dipende, un manifesto che mescola “mitragliette”, “cioccolato fondente”, “veleno” e “lamette”, ma nonostante la superficialità semantica del brano la cantante si mette in pasto al pubblico con una dedizione assai convincente. Sa bene che al giorno d’oggi la bella voce, un lunga gavetta e il physique du rôle sono essenziali per un live di alto livello, ma non bastano più. È ormai agli sgoccioli l’epoca delle varie Pausini e Giorgia, per un pubblico sempre più esigente e il cui palato, in termini di gusti, è stato influenzato per qualche lustro dalla migliore tradizione pop d’oltreoceano. Ecco dunque che l’affiancarsi ad un gruppo di 14 talentuosi ballerini e ballerine diventa fondamentale, con loro si muoverà in simbiosi per la maggior parte del tempo, la sosterranno e accompagneranno lungo uno spettacolo di canto e ballo ben coreografato da Simone Baroni.

Annalisa canta di essere una Ragazza Sola, ma è letteralmente sdraiata sui corpi statuari dei suoi danzatori, e si rivolge ai propri 16 mila fan presenti nel palazzetto, prosegue l’incantesimo generale seducendo e mettendo tutti al tappeto con Chiodi, una delle nuove tracce tratte dall’ultimo album. Tutto è calibrato per non lasciare tregua, cambi d’abito, balletti e qualche intermezzo strumentale  per pescare a piene mani dai nove album che ha archiviato negli ultimi 15 anni, in una escalation di hit da classifica mainstream, lungo la quale ha affinato le proprie doti performative, non solo canore. Sul palco troneggia un vulcano stilizzato, vero e proprio totem-stargate, davanti ad uno schermo sul quale si articolano elaborate grafiche, e funge da portale per tutte le entrate (ed uscite) della ‘strega’ Annalisa. Proiezioni, laser, luci e vari effetti speciali, arricchiscono ulteriormente i momenti musicali.

Per Avvelenata, e poi Delusa, la Scarrone riesce ad alzare ancora di un paio di tacche la propria performance, trascinando sul palco un Davide Simonetta iper gasato e un ciondolante Paolo Santo (alias Antonacci junior), il duo fautore dei suoi attuali e più recenti successi, mentre più tardi verrà raggiunta da Tedua sulle note di Beatrice.

Nel secondo atto la cantante, citando Jorge Luis Borges, da Fuoco diventa Fiume, emerge da uno Tsunami e ritorna sospesa in alto, questa volta fluttuando eterea tra le Stelle in una Euforia con la quale ricanta anche Sweet Dreams degli Eurythmics. La voce è limpida e cristallina, e anche con un singolo fiato potrebbe mettere a tacere gli haters e i leoni da tastiera dai quali viene periodicamente attaccata. Ma la verità è che senza l’attitudine e la predisposizione per il rock, alla nuova generazione delle nostre cantanti ‘neomelodiche’ non resta che attrezzarsi di una ‘armatura’ pop molto elaborata e strategica, costituita da co-autori, tecnici, professionisti e specialisti foraggiati dalle case discografiche. Se Annalisa non è la prima, senz’altro ha seguito da vicino il modello lanciato da altri artisti come Elodie, personalizzandolo efficacemente su di sé e raccogliendone i primi abbondanti frutti.

Nel terzo sogno esce la Tigre, e dopo un toccante medley al piano – più una convincente cover di Secretely degli Skunk Anansie – è ora di tornare a ballare e scatenarsi, esibire il proprio corpo in un desiderio di auto-affermazione post femminista. Non importa se con una apparente ambiguità: il ménage a trois di Mon Amour, l’estetica solo ammiccante dei più recenti singoli Esibizionista e Maschio (quest’ultima proposta in una versione accelerata). Annalisa non rinnega se stessa nemmeno col trash medley Tropicana/Disco Paradise, e nonostante salti, balli o voli per il palazzetto, la sua ugola non mostra alcun cedimento, fiatone o incrinatura. Non può che chiudere cantando Bellissima e Io sono.

Lo show (firmato dall’esperienza internazionale di Jacopo Ricci) perfeziona e amplifica il funzionale pacchetto pop offerto dalle tracce del disco, superando la confezione commerciale fatta per farsi ascoltare in radio e conquistare il mercato, proponendosi in trascinanti declinazioni disco e qualche venatura sottilmente rock. Se la profondità dei testi è individuabile soprattutto nella prima parte della sua discografia, Annalisa sul palco dà sfogo e usa al meglio l’orecchiabilità dei suoi più recenti tormentoni, conquistando un pubblico sempre più numeroso ad ogni nuovo disco e tour.

Come si diceva le ambizioni puntano alla consolidata scena pop internazionale ma anche ai conterranei colleghi, coi quali si pianifica a tavolino un vantaggioso e strategico percorso di duetti e collaborazioni. Ieri sera ha comunque dimostrato che forse è una tra le migliori performer sulla piazza italiana, mentre le tastiere di Daniel Bestonzo e Gianni Pastorino (affiancati dalla batteria di Dario Panza) completano illusione di essere dentro una grande prigione-labirinto anni ’80, dalla quale – c’è da scommetterci – pochi desidereranno mai uscire.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette