Recensioni
Donato Zoppo
Lucio Battisti: Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale
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Stefano Solventi
- 6 Settembre 2023

Per essere uno dei musicisti che più hanno segnato l’immaginario musicale del nostro Paese, Battisti conserva zone di opacità sconcertanti, tanto dal punto di vista biografico che artistico. Se è vero che l’ascesa al successo – dopo molti anni di gavetta – si consumò con una spettacolare sequela di singoli, tutti ancora oggi (e giustamente) assai popolari, nei suoi lavori non è mai mancato il senso per gli scossoni evolutivi, per quell’avventura che faceva aderire mainstream e ricerca, radiofonia e sperimentazione. Basti citare due lavori cruciali ma poco considerati dalla ritualistica nazionalpopolare, ovvero il primo album concepito in quanto tale – Amore e non amore del 1971 – che sciorinava un carosello di blues aspri, intermezzi cinematici e siparietti bizzarri con ben pochi riguardi per il formato canzone, e soprattutto quel capolavoro inafferrabile (miraggi prog-psych con un piede nel mediterraneo e l’altro nei tropici) di Anima latina (1974).
C’erano insomma almeno due mondi (cit.) in Lucio, che alla fine dei Settanta iniziarono a mettere in discussione le proprie orbite, a rinegoziare gli equilibri, a partire da quello prodigioso che aveva dato vita alla cruciale alchimia con Mogol. Una giornata uggiosa uscì nel febbraio del 1980 ma sarebbe più giusto forzare il calendario e considerarlo l’ultimo frutto dei Seventies, decennio segnato dal suddetto sodalizio che per molti e mai del tutto chiariti motivi aveva ormai raggiunto il capolinea. Battisti voleva entrare vivo negli 80s, e per farlo aveva bisogno di fare “un passo di lato”, come ben sintetizza Franco Zanetti nella prefazione di questo Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale.
Si tratta di un saggio breve ma denso scritto con piglio al tempo stesso analitico e poetico da Donato Zoppo, già autore di altri volumi dedicati al musicista di Poggio Bustone nonché di libri su Beatles, Genesis, Area, King Crimson eccetera. Il tema stavolta è l’album più sfuggente di Battisti, E già, uscito nel 1982. Vale a dire, un cuscinetto tra due fasi, una frattura, una transizione. Fu il primo album italiano suonato interamente con strumentazione elettronica, su cui quella voce comunque inconfondibile raggiungeva livelli inediti di sottigliezza, di inafferrabilità. E fu anche – innanzitutto – il primo album di Battisti senza Mogol, sostituito da Velezia, ovvero la moglie Grazia Letizia Veronese, assieme alla quale compose musica e testi (così recitano i crediti).
C’è però un altro aspetto, non meno importante: è il disco che segna la scomparsa definitiva del Battisti pubblico. Dopo l’ultima, stranissima apparizione televisiva (il 4 maggio del 1980 nel programma Music & Gasle della svizzera RSI), seguì un vero e proprio “deserto visivo”. Inoltre: seguì la chiusura dei rapporti coi giornalisti e il boicottaggio delle tipiche prassi promozionali. Ci fu un ultimo singolo (la title track E già), poi solo album, musica. Oltre la musica, il silenzio. Un silenzio bianco. Come le scarpe in copertina di E già e i vestiti indossati nella foto enigmatica all’interno, quella dello specchio piantato sulla spiaggia e il riflesso del sole che oscura il volto di un Lucio rigido, zombie onirico di se stesso. Solo la musica è autorizzata a dire: difatti è un disco in cui Battisti dice di sé, dice se stesso. Un disco di parole proprie. Autobiografico.
Zoppo dedica gran parte delle pagine a pennellare frangente e contesto in cui l’album prese vita. Indaga gli interessi di Battisti, a partire da quelli extra-musicali, ovvero da un lato la scoperta di una fisicità del tutto in linea col periodo (la corsa, la vela, il windsurf…) e dall’altro le molte letture scientifiche e filosofiche. Mentre sul versante musicale emerge un interesse tenace ai limiti dell’ossessivo per le nuove tecnologie sintetiche, culminate con le lezioni di Dario Massari sull’utilizzo del Fairlight.
Rispetto al “vecchio” Battisti, qualcosa era indubbiamente cambiato. Scrive Zoppo: “Se ai tempi d’oro divorava e assimilava qualsiasi disco arrivasse dall’estero, con il tasso di ricezione al massimo della potenza, ora si placa studiando, si tuffa in verticale nel sapere, quasi a voler recuperare anni di assoluta devozione alla musica, che non si è spenta ma progredisce lenta, silenziosa, in un sotterraneo fiume carsico che lui avverte e lascia scorrere”. Siamo nell’estate del 1981, quella della morte di Rino Gaetano, del terzo delitto del Mostro di Firenze, di Alfredino Rampi caduto nel pozzo, di Sarà perché ti amo, Chi fermerà la musica, Amoureux solitaires ed Enola Gay. E Lucio Battisti, in quella fatidica estate, chi è? “Risposta lapidaria: è il silenzio”.
In silenzio sovrintende al concept album Immersione (pubblicato nell’aprile 1982) dell’amico Adriano Pappalardo, prodotto da Greg Walsh. E in silenzio, sempre assieme a Walsh, cospira il proprio album frattura/transizione/autobiografia E già, nel quale assume sempre più un ruolo da man-machine (come avrebbero detto quei Kraftwerk che tra l’altro adorava), ovvero una voce – la sua pur sempre inconfondibile voce – applicata su trame macchiniche. Ne esce un disco “alieno, secondo la logica robotica di tanti esponenti del genere, ma non inumano, perché la vocalità battistiana resta intatta, e soprattutto perché ciò che emerge è il percorso catartico”. Un disco il cui convitato di pietra è la mente: “Quasi in ogni brano ci sono riferimenti alla razionalità, agli inganni del pensiero, a quella gabbia nera da scardinare per fare entrare luce bianca”.
Il disco venderà piuttosto bene. Lo stesso singolo E già riuscirà a guadagnarsi un po’ di spazio nelle rotazioni radiofoniche: ma era un Battisti così poco familiare, spiazzante, disturbante. Prodromo di quello che verrà di lì a poco, vale a dire il druido androide invisibile della stagione Battisti-Panella, coi “dischi bianchi” a strutturare sintesi tra calore e algore, melodia e monodia, nonsense e ipersenso. Dischi che ancora oggi mietono stupore, pur mantenendosi al di sotto della linea di emersione popular. Galeotto fu l’incontro con Panella in occasione di Oh! Era ora (1983) di Pappalardo, arrangiato da un Battisti sempre più smanioso di elettronica, disco scritto dal volitivo Adriano ma che vide ai testi la collaborazione dell’estroso paroliere romano. Fu così che tra Lucio e Pasquale si consumò una folgorazione, ovvero l’inizio di ciò che E già aveva a suo modo anticipato.
Vale la pena riportare le parole di Dario Massari: “Quei testi erano perfetti per togliere di mezzo l’identificazione col personaggio, erano astratti, non focalizzavano storie e persone”. A queste fanno eco le parole di Pietruccio Montalbetti, secondo cui il passaggio a una dimensione solitaria avrebbe trasformato Lucio “da paesaggista ad astrattista”. Astrazione, quindi, come possibile parola chiave: sottrarsi ai vincoli del mondo sensibile per consegnarsi al linguaggio, alle forme del suono, alle bolle acustiche della parola. Un Battisti quindi divincolato. Inafferrabile. Libero.
Zoppo fa bene pagina dopo pagina ciò che si era proposto: non rivalutare un album dai difetti anche sostanziali – pure se non privo di passaggi notevoli – ma rivederne il senso alla luce di un percorso artistico formidabile, che vide nella sua seconda fase (quella “panelliana”) un riflesso opposto e complementare alla prima (la “mogolliana”), l’una carburante di significati per l’altra, con E già a fungere da punto di (ri)flesso, momento in cui tempo e sguardo si piegano e sovrappongono, si moltiplicano e annullano nel rimbalzo della direzione. Un po’ come fa quello specchio piantato come un monolite su una spiaggia desolata, varco e allo stesso tempo barriera, abbaglio bianchissimo di un sogno senza uscita.
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