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«Mi è cambiata la realtà». Che il nuovo album di Lucio Corsi inizi esattamente con questo verso non sembra del tutto casuale e se lo slegassimo per un momento dal significato o dai significati del testo completo del primo brano, Radio Mayday, che già dalle prime battute fissa il leitmotiv di tutto il lavoro, non può non farci tornare indietro nel tempo, anzi proprio indietro in un’altra epoca, all’indomani dell’uscita del suo precedente album, quel Cosa faremo da grandi? arrivato proprio alla vigilia del dilagare della pandemia di COVID che ha decisamente cambiato le nostre vite e decisamente il nostro modo di leggere e concepire la realtà circostante. E anche quella di Corsi è cambiata drasticamente dal 2020 a oggi. Pochissimi interventi social e apparizioni, un isolamento quasi totale dalla sfera pubblica per un’introspezione e una ricerca privata di cui stiamo apprezzando in questi giorni il risvolto, lo sfogo artistico, con La gente che sogna.

Ad accompagnare il giovane cantautore maremmano alla vigilia di quel giro di boa psicologico fondamentale che sono il compimento dei 30 anni c’è una presa di coscienza forte che rimette in discussione il dialogo ancestrale con la natura che aveva caratterizzato le precedenti uscite e che qui si rinnova e riveste di una patina fieramente glam. Proprio come gli idoli di sempre, da Marc Bolan a David Bowie, passando per Renato Zero e l’immancabile Ivan Graziani, il passaggio dal folk al glam pop/rock non è indolore ma porta a una trasformazione su cui riflettere.

C’è un profondo senso di perdita che permea tutti i 29 minuti de La gente che sogna, che oltre alla conclusione possibile di un amore potrebbe benissimo far riferimento a ciò che ognuno di noi ha perso in questi ultimi e difficili anni, in cui le coordinate dell’esistenza sono come impazzite per poi essersi rimesse in sesto ma in un ordine di difficile comprensione per tutti. Ancora oggi si fa fatica a comprendere appieno ciò che succede e la concatenazione di eventi che si susseguono senza soluzione di continuità, quindi un’alternativa suggestiva e invitante è quella di rifugiarsi in un altro mondo, non tangibile, non razionale, non incasellabile.

Se prima ci si interrogava su cosa fare da grandi, soppesando pressioni psicologiche interne ed esterne di una società impalpabile, oggi si sogna il giorno in cui torneremo giovani e cominceremo a ribellarci, laddove il semplice atto di sognare diventa un gesto rivoluzionario, slegato dal qualsiasi logica e razionalità, dove poter commettere degli errori e godere per un momento di quella spensieratezza che non sembra più appartenere a questo mondo. Eppure, in tempi recenti, la stessa realtà ha assunto i contorni di un incubo dal quale è stato necessario svegliarsi, per tirare almeno un sospiro di sollievo.

Slegato dalle logiche più commerciali del panorama musicale italiano odierno, Lucio Corsi rievoca e rielabora un passato che difficilmente verrà dimenticato e che invece è destinato a tornare, ogni volta (si spera) con una nuova e sgargiante veste. Ed è interessante notare l’unicità del suo percorso se lo si rapporta a quello di autori che appartengono a due generazioni diverse e apparentemente lontane tra loro, come Dente e Colombre, quasi fossero destinati ad approdare allo stesso tipo di conclusioni pur prendendo strade completamente autonome. Così, La gente che sogna, Realismo magico in Adriatico e Hotel Souvenir sembrano dialogare a distanza tra loro, facendosi quasi da sponda, ragionando sull’oggi attraverso una lingua ammantata di malinconico passato.

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