Recensioni

TOP

In un certo senso l’unica “sfortuna”, se vogliamo chiamarla così, di Terminator, il film culto di James Cameron uscito al cinema il 26 ottobre 1984, fu che appena otto mesi dopo arrivò nelle sale il primo Ritorno al futuro. Sfortuna, perché i salti temporali descritti nella pellicola sul cyborg interpretato da Arnold Schwarzenegger uscirono per certi versi demoliti dal confronto con la brillantezza cognitiva, l’ammissibilità letteraria, la precisione narrativa stante nella perfetta sincronia degli incastri di date, giorni, ore, incontri e situazioni, dei balzi quantici dello strampalato duo Marty/Doc partoriti dalla penna di Robert Zemeckis e Bob Gale, e messi in scena nella celebre trilogia sulla DeLorean. In tema di viaggi nel tempo, Back to the future riuscì a sfatare il mito de L’uomo che visse nel futuro (1960), Terminator no.

Vediamo. Nel film viene descritto un ideale, distopico futuro piazzato dalla sceneggiatura (scritta dallo stesso Cameron insieme alla compagna e futura moglie Gale Anne Hurd) nell’anno 2029, un futuro sconfortante, desolato, dove le macchine, quelle che una volta chiamavamo computer e oggi intelligenza artificiale, hanno preso il controllo del mondo e danno la caccia ai componenti il movimento della resistenza, un gruppo di uomini che cerca di sconfiggerle. Siccome i ribelli, capeggiati da John Connor, sono vicini alla vittoria, le macchine decidono di mandare indietro nel tempo un loro modello dalle fattezze umane per uccidere la donna, Sarah (Linda Hamilton), che darà alla luce il prode condottiero, poiché non farlo nascere stroncherebbe… sul nascere qualsiasi futura ipotesi di rivolta organizzata. Anche gli umani fanno lo stesso, però con l’obiettivo opposto: proteggere Sarah dal replicante assassino, spedendo a ritroso nel tempo il soldato Kyle Reese (Michael Biehn), offertosi volontario.

Ora, quando si materializza nella Los Angeles del 1984, Reese appare come un uomo dall’età più o meno di 30, 35 anni al massimo, forse è un coetaneo di John Connor o magari di poco più giovane di lui. John, infatti, per poter guidare la resistenza in una guerra corpo a corpo con i robot dovrà possedere un certo grado di abilità fisica, dunque ammettiamo pure che abbia dieci anni più di Reese, quindi al più una quarantacinquina. Come si sa nel 1984, Reese durante la sua missione di salvare Sarah uccidendo l’androide killer, cosa che gli riuscirà al prezzo della sua stessa vita, si innamora della donna (anzi se n’è già innamorato guardandone la foto nel futuro), la quale di anni pare averne una ventina, e fa l’amore con lei mettendola incinta proprio del futuro John, che nascendo di lì a nove mesi arriverebbe sì ad avere 44/45 anni nel 2029, nell’ipotesi più stiracchiata (che pure cozza contro quanto si apprende nei successivi film della saga, dove finalmente lo si vede e sembra decisamente più giovane di un 45enne). Quindi fin qui nessun problema (diciamo così). Il paradosso, tuttavia, sta nel fatto che, morendo nel 1984, Reese non potrà più, nel 2029, affiliarsi alla resistenza ed essere mandato indietro nel tempo. Reese nel 2029 sarà morto da un pezzo, e per giunta sarà morto prima di nascere! Infatti se – come ipotizzato – aveva 30/35 anni nel 2029, doveva essere venuto al mondo più o meno a metà degli anni ’90. Di qui il nonsenso – attenzione: non necessariamente un errore, intendiamoci – il quale per essere creduto necessita di un atto di volontà da parte dello spettatore. Come una professione di fede richiede pure un altro paradosso, forse ancora più clamoroso: durante il film apprendiamo infatti che nel 2029 esiste un John Connor il quale, in quanto esiste, è nato da una madre e un padre che non può essere Kyle Reese, perché Kyle Reese è un suo soldato e suo coetaneo (o di poco più giovane). Dunque se Connor (che avendo un altro padre avrà pure altri geni, magari sarà meno indomito) manda indietro nel tempo Reese per farsi concepire, si “cambia” il padre (tra l’altro anticipando la sua venuta al mondo) ma in questo modo si nega pure la possibilità di avere, nel 2029 della nuova linea temporale, un Reese da mandare indietro nel tempo per salvare sua madre, quindi in teoria dovrebbe cancellarsi dall’esistenza come i protagonisti di Ritorno al futuro (sempre là si ricasca) nelle fotografie quando gli eventi passati venivano modificati determinando una loro non nascita futura. Insomma, un gran casino. E a confondere ulteriormente le idee saranno i sequel a partire dal pur bellissimo Terminator 2: Judgment day (1991), dove i cortocircuiti narrativi si sprecheranno ma si faranno perdonare per l’indagine più approfondita che opererà la pellicola sul tema del rapporto uomo/macchina, filosofeggiando (teologizzando?) sul libero arbitrio delle AI, sulla loro facoltà di prendere decisioni in modo autonomo. Una storia a suo modo moraleggiante, magari non ai livelli di Avatar ma più o meno sugli standard di The Abyss.

Discorso sull’incartamento temporale (voluto? Non voluto? Non importa) a parte, Terminator è per il resto un film praticamente senza difetti, un’opera senza tempo (in ogni senso), uno straordinario film di fantascienza, ma poi nemmeno tanto… fanta, se è vero, com’è vero, che oggi rischia quasi di suonare come una profezia. Nella realtà non siamo ancora alla presa di autocoscienza di Skynet e all’olocausto nucleare da essa scatenato, ma è abbastanza oggettivo che nel 2024 tra esseri umani ed entità digitali automatizzate esista un certo grado di conflittualità, che le AI siano da molti percepite come un rischio, che gli algoritmi siano mal visti dalle persone e non solo per un istintivo e aprioristico rifiuto della tecnologia (la quale dovrebbe essere lei al servizio dell’uomo, e non viceversa) ma perché percepiti nel migliore dei casi come ostili all’individuo, inesorabili, e nel peggiore come strumenti di controllo, coercizione, repressione coatta, i quali un domani – chissà – potrebbero diventare entità a sé stanti capaci perfino di smarcarsi dai loro manovratori e fare addirittura di peggio.

Non a caso l’Unione Europea sta cercando di regolarne l’uso. Con quali probabilità di successo? Ai posteriori (nel senso di sberleffo flautolente) l’ardua sentenza. L’ha detto lo stesso “padrino” dell’AI, Geoffrey Hinton, il giorno in cui ha lasciato il suo ruolo in Google per poter parlare – ipse dixit – liberamente (e già questo la dice lunga): «Me ne sono andato per denunciare i suoi pericoli. In questo momento le macchine non sono più intelligenti di noi, per quanto ne so, ma presto potrebbero esserlo. Quindi dobbiamo preoccuparcene». Preoccuparcene, dunque, non rallegrarcene. È incredibile che una nostra creazione, nella quale riponevamo tanta fiducia, ci desti ora preoccupazione. Ed è ancor più incredibile che a dirlo sia uno di coloro che l’hanno creata. L’anno scorso lo scienziato si è licenziato dopo dieci anni di lavoro a Mountain View. «Mi consolo con la solita scusa – ha aggiunto -: se non l’avessi fatto io l’avrebbe fatto qualcun altro». Un pentimento degno di Oppenheimer.

Del resto fu Stephen Hawking a teorizzare che in futuro i robot ci avrebbero sterminati tutti. «L’avvento di una intelligenza artificiale superiore – affermò l’astrofico, il cui warning arrivò comunque con una trentina abbondante di anni di ritardo rispetto a Cameron – potrebbe essere la cosa peggiore mai successa all’umanità. Un’intelligenza artificiale super-intelligente sarebbe molto efficace nel raggiungere i suoi scopi e se quegli scopi non sono in linea con i nostri sarà un problema». Magari non siamo ancora a quei livelli di scontro, ma è evidente che in questo momento storico esseri umani e robot non sembrino avviati a una lunga e proficua amicizia, specie ora che le intelligenze artificiali hanno iniziato a comporre musica o a fare il lavoro dei giornalisti (anche se c’è da dire che se scrivi, fai musica, fai film o perfino lavori come un robot, non lamentarti poi se un robot prende il tuo posto). Se poi succede pure, come in una fabbrica della Tesla in Texas, che un macchinario butta a terra un uomo e lo ferisce col suo artiglio d’acciaio, a uno la preoccupazione viene. Anche se poi, dai, è impossibile che un computer ammazzi una persona di proposito, dev’esserci una spiegazione… O no?

Il terminatore di Schwarzy almeno aveva il senso dell’ironia. «I’ll be back», diceva al poliziotto nel commissariato; poi tornava davvero, ma a modo suo. Già, l’ex Mister Universo modellò l’umanoide cibernetico a sua immagine e somiglianza, anche se era un umanoide di poche parole. Nel film diceva solo 18 battute, molte di meno di quelle che all’attore sarebbero servite una ventina d’anni dopo per diventare governatore della California. Però l’inespressività mimica che impresse al personaggio fu il suo punto di forza (specie se il suo tipico, implacabile incedere lo si associa mentalmente all’iconica colonna sonora di Brad Fiedel, incalzante e avvolgente).

Quello del T-800 fu il ruolo che gli diede la fama planetaria, o che la accrebbe in maniera esponenziale. E dire che neanche avrebbe dovuto interpretarlo. Inizialmente, infatti, l’artista di origini austriache doveva recitare nei panni dello stesso Reese, ma per Cameron sarebbe stato un problema trovare uno ancora più grosso di lui per fare il Terminator e quindi il regista scelse di non complicarsi troppo la vita. Ma in verità il buon Arnold, reduce dal successo di Conan il barbaro, non era così entusiasta del progetto, tanto che in un’intervista rilasciata mentre la pellicola era in lavorazione vi si riferì come a un «film di merda che sto facendo». Poi però si convinse, anche perché il fatto di recitare nei panni di un endoscheletro automatizzato e rivestito di carne umana sintetica sarebbe stato un bel salto nella modernità rispetto a Conan, che invece era un personaggio appartenente alla notte dei tempi, a quell’immaginaria era Hyboriana arcaica e primitiva che adesso rischia di diventare realtà per tutti noi in un ipotetico futuro in cui gli uomini saranno schiavi delle macchine, come in Matrix.

Come accennato su, Cameron (che veniva da Piraña paura ma evidentemente uomo vs natura non era il suo forte: meglio uomo vs macchine) non fu il primo ad avere una visione così catastrofica del mondo informatizzato di là da venire (sul piano del disfattismo la lezione di Mad Max gli servì eccome), in un periodo, la prima metà degli anni Ottanta, in cui in generale c’era grande entusiasmo per i personal computer (Apple e Microsoft erano fresche realtà). A mettere in guardia erano già stati Wargames – Giochi di guerra, dove i PC iniziavano una guerra nucleare fortunatamente scongiurata in tempo, e Superman III in cui Richard Pryor era un genietto dell’informatica di cui un magnate senza scrupoli si serviva per scatenare una guerra in questo caso non nucleare ma commerciale. Poi però a farci stare simpatici automi ed elaboratori elettronici arrivarono il robottino-discolo Numero 5 di Corto circuito, che scappava da una base militare e si innamorava di Ally Sheedy, i due adolescenti protagonisti de La donna esplosiva che, grazie a un Commodore, riuscivano a fabbricarsi una tettona impressionante dalle abbacinanti fattezze di Kelly LeBrock (non Le Brocche eh, sporcaccioni), e il bambino artificiale protagonista di D.A.R.Y.L., nato in laboratorio ma dai sentimenti umanissimi (uno dei quote del film è: «Una macchina diventa umana quando la diversità non è più avvertibile», ma come detto a proposito di molti mestieri odierni, è vero anche il contrario). Solo verso la fine dello scorso secolo, con il temuto millennium bug alle porte, i computer hanno ripreso a farci paura. Molti lo chiamavano infernet, ma in realtà già non se ne poteva più fare a meno. Il dado era tratto e nel XXI secolo ci siamo finiti con tutte le scarpe.

Nel frattempo Terminator era diventato una saga, peraltro un unicum nel suo genere, non ancorata ai soli anni ’80 la cui estetica contribuì a forgiare, ma sempreverde, forse proprio perché, per sua stessa natura, è una storia buona per ogni epoca: un film a decennio per i primi due capitoli, poi due a decennio negli ultimi vent’anni, in attesa del settimo e presumibilmente ultimo episodio, già in lavorazione. E tutto è iniziato 40 anni fa con la nascita di quell’immaginario cameroniano tra Orwell, Huxley e Dick, potente, pessimistico, pauroso, un allarme che oggi purtroppo risuona flebile e velleitario. Non si può più tornare indietro, ci dicono, è il progresso, è la scienza, è la tecnica, TINA (There Is No Alternative). Eppure saremmo ancora in tempo, basterebbe un tasto per spegnere tutto, o quantomeno per riprendere il controllo. Prima che sia troppo tardi.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette