Recensioni

Quel che doveva accadere, accadeva, in quei primi anni dell’ultimo decennio del vecchio millennio. Anni affollati dopo anni rapidi, anni di rivolgimenti profondi e tragedie uscite dal vaso scoperchiato del nuovo ordine mondiale, anni di straniamento e confusione e timore, ma anche di una diffusa sensazione di possibilità, di prospettive più strutturate, rinnovate, profonde. L’attraversamento della soglia tra gli Ottanta e i Novanta significò anche lo spegnersi dei CCCP, causa la fedeltà a una linea d’improvviso (non proprio d’improvviso, ma rapidamente, tenuto conto dei tempi lunghi della Storia) polverizzata in uno sciame di punti che di colpo non riuscivi ad unire (non sarebbe stato possibile mai più).
Epica Etica Etnica Pathos, uscito nel settembre del ‘90, fu l’atto conclusivo della band punkettona fondata nella provincia di Reggio Emilia nell’82 (ma i cui prodromi vanno ricondotti all’anno precedente in quel di Berlino), e al tempo stesso chiaramente fu la semina di qualcos’altro. Un “altro” che Donato Zoppo indaga in questo CSI. È stato un tempo il mondo, cronistoria meditata della genesi di una band destinata a segnare i Novanta del rock italiano con tre album in studio e due dal vivo di una qualità e sostanza, beh, molto alta. Molto, molto alta.
Strano che un libro così esca proprio oggi, in un presente che vede surriscaldata la memoria dei CCCP grazie alla loro nota resurrezione in modalità “reunion”, con tutte le specificità dei fenomeni di questo tipo, ovvero l’aura celebrativa peraltro ostentata in maniera disarmante. Strano, dicevo, ma opportuno. Il testo spende molte pagine infatti – le fa, come dire, galleggiare – sulla fase di transizione tra le due entità, tra il “non più” dei CCCP e il “non ancora” dei CSI. Zoppo è bravissimo in questo. Del resto sono anni che dedica saggi che scavano, sminuzzano, ipotizzano, risalgono insomma le vene nascoste ma ancora aperte che hanno irrigato certe fenomenologie rock, si tratti di una band (come ha fatto ad esempio in La filosofia dei Genesis), di un album (vedi l’ottimo Amore, libertà e censura dedicato ad Amore e non amore di Battisti) o perfino una specifica canzone (si prenda Something, dedicato ovviamente al formidabile pezzo dei Beatles).
In questo caso, fare la cronaca della nascita di Ko de mondo significa sostare in una sorta di linea d’ombra, quella in cui un’accolita di sensibilità e attitudini assai eterogenee si raccolse per dare vita a una trama di affinità tese ma organiche, organiche perché tese, unite dal loro dirigersi verso il cuore malato della loro epoca, che seppero rappresentare con un codice espressivo denso e peculiare. Fu un processo che si avviò, silente, a Villa Pirondini, nella primavera del ‘90, dove e quando appunto si spense (luminosamente) la stella CCCP, uno spegnersi che era in realtà un trasformarsi. Vale a dire, i CCCP di Epica erano già dei CSI in nuce ancorché inconsapevoli, un’idea che rimase ad aleggiare senza dissolversi, in attesa di precipitare di nuovo in una forma (e sostanza).
Grazie a interviste condotte per l’occasione (a tutti i componenti la band e non solo), Zoppo raccoglie testimonianze che tratteggiano quella metamorfosi/realizzazione, il salto nel vuoto verso una concretezza che esisteva solo come nevaio di possibilità e crocevia di intenzioni. Stefano Senardi, ad esempio: fu lui, dirigente Polygram illuminato, che fornì la cornice di fiducia cieca, la copertura finanziaria senza uno straccio di garanzia sul risultato. Non c’era niente da valutare, non una canzone né uno scorcio di canzone su cui fondare il giudizio: l’approvazione e (quindi) il finanziamento furono determinati dall’istinto, fu una decisione presa a sentimento. E così la carovana partì verso la Bretagna, Finisterre. “Le Prajou è ai confini, un filo da equilibrista nelle geografie, una sottolineatura netta tra terra e mare, tra passato e presente”.
Stabilita la base in quel luogo al di là di ogni luogo, ecco che prende forma l’accadere. Nel rispetto di tempi, spazi e differenze. E contingenze. Come ricorda Ferretti: “La mia, la nostra filosofia in Bretagna era di attendere che le cose accadessero, a volte con naturalezza, altre volte con completa casualità. Idee non ce n’erano, ma ciò che accadeva arrivava in modo fluido, senza sforzo: doveva accadere.” Un fatalismo espressivo che Zoppo chiosa cucendo concetti, aneddoti e suggestioni, intercettando le correnti, le intese e gli attriti, mentre dipinge un quadro a metà tra eremitaggio e villeggiatura, quel radicale e un po’ brancaleonesco sottrarsi ai rumori con l’obiettivo di sintonizzare IL rumore. Un po’ – questo Zoppo non lo scrive, mi assumo io la responsabilità del parallelo – come fecero Dylan e la Band nella pancia della Big Pink: isolarsi come premessa e metodo per entrare in connessione o, meglio, in congiunzione con lo spirito profondo del tempo.
Accade così che gli stili inconciliabili di Zamboni e Canali, e di Canali e Magnelli (Canali lì dentro fungeva un po’ da elemento di contrasto: ne avrebbe fatto un codice espressivo), si rivelino insospettabilmente complementari. E accade che la pulsazione profonda di Maroccolo divenga un motore. E la ritmica di Gulli e Gerby insostituibile. E i cori di Ginevra ben più che ornamentali. Poi c’è il cantante, “un po’ scomposto, non perfetto e a volte traballante, non affilato come una sciabola ma connesso ai mantra sonici”. Fatto sta che lentamente il meccanismo si avvia. Si muove. S’incrina e fluisce. Lievita, procede. Scatta qualcosa e “non si fermano più, pronti per lo stato di grazia”.
Impreziosito dagli scatti dell’epoca ad opera di Claudio Martinez e Diego Cuoghi, è un saggio esaustivo che fa perno più sulle emozioni che sulle nozioni, condotto dall’autore con lirismo evocativo e stratificato. Oltretutto, nel raccontare premesse e circostanze in cui presero vita canzoni così potenti e anomale, Zoppo affresca un’epoca cruciale per il rock italiano (e oltre), le cui dinamiche facevano legittimamente sperare in un futuro luminoso (lo è stato) e di lungo respiro (non abbastanza). Di quella stagione ahinoi troppo breve, i CSI ne sarebbero stati tra i protagonisti indiscussi, come già Ko de mondo lasciava abbondantemente intendere.
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