Recensioni

John Dwyer non è reale. Non può esserlo: un individuo che ha scisse in sé le più disparate personalità – un frenetico stage diver che di notte si trasforma in un sinistro manipolatore di onde sonore; un surfer tatuato e solare che ha ancora in sé i frammenti identitari di un adolescente pseudo-autistico appassionato di giochi da tavolo, film della Troma e immaginario fantasy. Un homo novus dalle mille risorse (e dalle mille facce buffe, citando un noto filosofo salentino del milleottocento) che si barcamena con gran lena tra mille progetti e scellerati esperimenti sonori; un personaggio iperbolico in tutti i sensi che maneggia chitarra e diavolerie elettroniche assortite con la maestria di una Kali sotto anfetamine (c’è chi giura di averlo visto suonare una chitarra in tapping tenendo con l’altra mano un accordo sul synth mentre si scolava una birra reggendo il boccale con i denti) e che produce un’assurda quantità di nauseanti, rumorose, incalzanti e talvolta ipnotiche melodie, non può che essere un personaggio uscito dalla mente deviata e dalla mano fine di un Robert Crumb. Del resto Dwyer è nato nel ’74, e in quell’anno Crumb era già una sorta di divinità, capace quindi di creare a sua immagine e far vivere personaggi malsani e devastanti. Lui, intanto, con già quarantadue primavere sulle spalle e almeno più della metà di queste spese a portare a giro il suo circo delle follie, ogni tanto esce dalla sua tana, come un Looney Tune qualsiasi, e sforna un album – dove, badate bene, l’«ogni tanto» sta per «una, due volte l’anno, tre nella migliore delle ipotesi».
Fa strano però stupirsi ancora della frenesia creativa del Nostro, dato che da anni dirige con ottimi risultati il suo centro di sperimentazione sui rumori chiamato Castle Face Records, e non è sicuramente un mistero la sua centralità nella scena psych californiana – essere scopritore e in seguito guru di talenti come Mikal Cronin e Ty Segall la dice lunga sul tuo status e aggiunge prestigio alla tua figura. È sciocco stupirsi anche perché Dwyer sarà di certo il primo, ma non l’unico della sua strana razza: basta fare un balzo oltreoceano, e trovare realtà come quella dei King Gizzard & the Lizard Wizard, per rendersi conto che di maghi e castatori a giro per il globo ce ne sono, eccome. Ma ecco, adesso che ci siamo fatti stupire abbastanza, che ci siamo aspettati l’inaspettato, prevedendolo alle nostre spalle, cogliendolo con le mani nel sacco come uno scherzo da prete venuto male – adesso che sostanzialmente la malizia prende il sopravvento sulla buona cara vecchia sospensione dell’incredulità, che trucchi ha ancora celati nella manica, il Dwyer, per continuare a tenerci sulla punta delle nostre poltrone? Navigato e scaltro come un Liberace d’antan, Dwyer cerca di tenerci svegli, di destarci dal nostro torpore, rispolverando il mantello del suo personaggio più bizzarro, Damaged Bug.
Ad un solo anno dall’oscura tape The Tarot of Personal Experience (che nel proprio packaging incorporava una sorta di mazzo di tarocchi – come il titolo suggerisce – e altre cianfrusaglie da fattucchiera delle tv provinciali), riemerge l’alter ego sbilenco di Dwyer con la propria visione destrutturata del kraut e del synth rock: Bunker Funk è un titolo che evoca uno scenario ben preciso, uno scantinato oscuro e umido, antri bui pieni di tele di ragno e polvere, ben lontani dalla luminosa cabina di controllo sci-fi dell’esordio; il fatto è che lo scarto sonoro tra Hubba Bubba (2014) e quest’ultimo capitolo (considerando anche il passaggio mediano Cold Hot Plumbs del 2015, decisamente più inquadrato nella sua prospettiva e ricerca sonora) è pressoché nullo – per chi cerca novità via, non c’è niente da sentire qui. La follia è sempre la stessa, però, ed è una follia latente e inarrestabile, che oscilla tra le visioni grottesche dei Residents (The Cryptologist) e spastiche variazioni sul tema dei film di blaxploitation anni Settanta (la title track), gorgheggi alla Alan Vega conditi dai consueti tappeti taglienti di suoni sintetici (Unmanned Scanner) e visioni mistiche alla Joe Meek (Ugly Gamma) – forse vero e proprio santino a cui Dwyer si vota, più che a quello di Damo Suzuki o Michael Rother, quando si dedica a dar corpo, voce e anima a Damaged Bug.
Bunker Funk mette sul piatto la solita anfetaminica e quasi infantile euforia, ma forse dà il meglio (o stupisce un attimo di più) nei rari casi in cui rallenta i giri e si concede a psichedeliche e sofisticate ondulazioni sonore, come nella conclusiva The Night Shopper. A volte, però, questo bipolarismo convulso porta Dwyer a mescolare le identità, a lasciar tracce (anche piuttosto evidenti) di casa madre in alcuni capitoli dell’album: l’opener e singolo estratto Bog Dash sembra una outtake dagli album dei Thee Oh Sees usciti l’anno scorso, anche se il dubbio ci induce a pensare che sia stato il nuovo progetto a influenzare così clamorosamente l’ottimo A Weird Exits e il surrogato An Odd Entrances (rilasciati rispettivamente il settembre e il novembre scorso). Quindi, niente di nuovo sotto il mantello del mago, per adesso, se non i soliti gustosi trucchi che lasciano il tempo che trovano: toccherà aspettare ancora un po’, per l’ennesimo colpo di scena.
Amazon
