Recensioni

Quando si ha a che fare con artisti prolifici è sempre difficile star dietro alla loro produzione musicale inarrestabile. È il caso di John Dwyer – frontman di diverse band underground/garage americane come Thee Oh Sees o Coachwhips – che intraprende nuovamente la strada solitaria col progetto chiamato Damaged Bug. L’album Cold Hot Plumbs, uscito lo scorso 1 giugno, arriva dopo solo un anno dal primo Hubba Bubba e in concomitanza con Mutilator Defeated At Last, ultima uscita targata Thee Oh Sees pubblicata poche settimane fa.
Sarebbe quasi riduttivo definire Dwyer semplicemente fecondo, vista la sua vitale forza creativa travolgente. Camminando senza compagnia esplora territori diversi da quelli battuti col garage: prende i synth, li mescola con le chitarre psichedeliche anni ’60, indulge in melodie quasi pop, parla attraverso ritmi new-wave, il tutto incorniciato da una natura rock sporca.
Nonostante Hubba Bubba fosse un disco in qualche misura nevrotico, complesso nelle sonorità, insicuro e incerto nelle intenzioni ritmiche, traballante in alcuni passaggi, è sicuramente la base da cui prende le mosse Cold Hot Plumbs. La differenza – che in primo luogo sottolinea la crescita di Dwyer come artista solista – sta nella solidità della struttura dell’album: le diverse anime musicali si mescolano con costante equilibrio fra loro, fluidamente. Non sono accostamenti improbabili: il rock psichedelico e la voce sottile, lontana, ben si adegua alla patina lo-fi tipica della produzione dwyeriana. A questo riesce ad aggiungere sonorità quasi pop, solari – come nel singolo Jet In Jungle – quando non addirittura funk, come in What Cheer o Grape Basement. I suoni elettronici, infine, da un lato accentuano l’elemento lisergico dei brani (è il caso di Very), dall’altro rendono i pezzi attuali e particolari, come nel caso di The Frog o The Mirror (un brano sinuoso e piacevole).
Con Cold Hot Plumbs “l’insetto danneggiato” Damaged Bug si prepara ad uscire dalla sua crisalide ma, forse, non è ancora pronto a volare definitivamente. In versione solista ha potenzialmente tanto margine di crescita perché più libero di sperimentare, ma sembra non riuscire a distaccarsi completamente dai suoni allucinatori presenti nell’album precedente Hubba Bubba, suoni reiterati specchio delle sue ossessioni: in quel caso sembrava parlare solo a se stesso. Ora si apre verso l’esterno, nella speranza di condividere le sue idee con un pubblico che possa comprenderlo.
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