Recensioni

Fare seguito, dopo appena un paio d’anni, a un album accolto con entusiasmo unanime da pubblico e critica come No Name è un onere che solo un musicista maturo e all’apice della propria carriera può permettersi di affrontare. È questa la nuova sfida di Jack White, che, in concomitanza con il suo 51° compleanno, ha pubblicato sommessamente Frozen Charlotte. Pochi proclami, pochissima promozione: quasi non fosse uno dei dischi più attesi dell’anno, quasi non avesse tutte le carte in regola per rivelarsi anche uno dei migliori.
Il titolo rimanda a un inquietante modello di bambola molto diffuso in epoca vittoriana, la stessa che ritroviamo, evidentemente modificata, scolpita dallo stesso White e immortalata in copertina. Registrato nei suoi Third Man Studios di Nashville, Frozen Charlotte vede inoltre il ritorno della formazione che aveva già contribuito alla riuscita di No Name: Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere. E, proprio come la presenza degli stessi musicisti lascia intuire, anche il disco si pone come un naturale sviluppo del suo predecessore, proseguendone la riscoperta delle radici blues, rock’n’roll e hard rock più viscerali. Curiosamente, la copertina dominata da un teschio blu potrebbe suggerire un nuovo affondo nelle sonorità più futuriste e sperimentali che in passato hanno caratterizzato altre fasi della carriera solista di White. In realtà accade l’opposto: Frozen Charlotte prosegue il cammino intrapreso da No Name, privilegiando un approccio diretto, analogico e profondamente legato alla tradizione. L’album si apre con il tagliente groove di G.O.D. and The Broken Ribs, che definisce immediatamente il tono del disco: un hard rock attraversato da scariche blues, con un Hammond in area Deep Purple a sostenere la tensione del brano. Sul piano lirico, White mette in scena una bislacca rilettura degli episodi della Genesi, prima di sfumare naturalmente nel riff che introduce e accompagna Derecho Demoniaco, secondo singolo estratto, dove tornano gli omaggi ai Led Zeppelin, tra riffing bluesy e wah wah assassini.
Il sentore di modo dorico che attraversa la terza traccia, There’s Nobody There, suggella l’avvio di un album dal carattere liturgico, quasi solenne e predicatorio, vagamente malinconico ma al tempo stesso visceralmente rock. Il boogie sporco di Dollar Bill funziona perfettamente come terzo singolo: cantabile, immediato, con un gusto che richiama Sunshine Of Your Love, e arricchita nel finale dal caos chitarristico, dal pitch shifting e dai tremoli impazziti delle pedaliere in pieno stile Tom Morello, elementi che riaffiorano più volte nel corso dell’ascolto.
Grazie a una sanissima ossessione per l’analogico, quello più autentico, le canzoni respirano a pieni polmoni. Complice anche un utilizzo estremamente misurato della click track, quando non addirittura la sua totale assenza, gli echi zeppeliniani di Thick As Thieves si trasformano in un caos irresistibile, con la batteria che sembra rincorrere le chitarre ormai lanciate senza freni. L’album si chiude con la shreddata di Neighbors Blues, esercizio di stile che riprende i simbolismi religiosi disseminati fin dall’introduzione.
L’album dialoga con la contemporaneità indagandone l’ossessione per l’esposizione permanente alimentata dai social network e il rischio di una visibilità diventata fine a sé stessa: quando ci si mostra troppo, si rischia anche di congelarsi. È questa la tragica sorte che, secondo la leggenda, toccò alla giovane Charlotte, protagonista del racconto da cui prende il nome la bambola Frozen Charlotte, a sua volta ispirato a una ballata popolare. Pur di esibire il suo bellissimo vestito, rifiutando di coprirlo con un cappotto, Charlotte morì assiderata.
La critica sociale del disco procede sugli stessi piani con cui affronta anche la dimensione politica. Pur essendo stato fra i musicisti più schietti nei confronti dell’amministrazione Trump nelle sue prese di posizione pubbliche, White evita di trasformare Frozen Charlotte in un pamphlet politico: preferisce affidarsi ad allegorie, simbolismi religiosi e riflessioni sulla disinformazione, sull’incomunicabilità e sull’ossessione per l’esposizione permanente, lasciando che il bersaglio emerga senza mai essere nominato. Così la sopraccitata G.O.D. and The Broken Ribs rilegge la Genesi per interrogarsi sul rapporto tra creazione, colpa e libero arbitrio; There’s Nobody There racconta invece il fallimento di ogni tentativo di entrare davvero in contatto con l’altro: radar, razzi di segnalazione e segnali di fumo diventano metafore di richieste d’ascolto che restano senza risposta, fino alla confessione più amara del disco — «If you know me, then you’ll never love me» —, una riflessione sulla paura di mostrarsi per ciò che si è davvero; Dollar Bill usa invece il denaro come metafora dei rapporti di forza che regolano le relazioni umane: il debito diventa uno strumento di controllo, mentre amore, possesso e interesse finiscono per sovrapporsi in un gioco di dipendenze reciproche, mentre Neighbors Blues trasforma invece il vicinato in una metafora della sorveglianza e del giudizio sociale: tra siepi troppo alte, occhi sempre puntati sull’altro e un esplicito richiamo alla logica del “Not In My Back Yard”, White riflette sull’ipocrisia di una comunità pronta a controllare, commentare e impartire lezioni, ma raramente ad ascoltare davvero.
Se No Name partiva dal blues per ricostruirne la discendenza nel rock — dal garage al proto-punk, passando per l’hard rock e senza dimenticare la componente folk e rurale che i Led Zeppelin avevano saputo trasformare in elettricità — Frozen Charlotte usa invece il blues come centro gravitazionale di un’idea precisa di rock secondo Jack White: secco, tagliente, fisico. Qui il riff non serve ad accumulare energia o ad amplificare il messaggio attraverso la velocità, ma a scolpirlo. Anche quando accelera, il disco ragiona soprattutto in termini di peso e dinamica: il groove rallenta, prende spazio, lascia respirare le chitarre, ma il nucleo resta quello di un rock essenziale costruito attorno alla forza della ripetizione.
Molto più che un semplice chitarrista virtuoso, Jack White si conferma un artista a tutto tondo: centrato, maturo, ispirato. Frozen Charlotte non ha bisogno di guardare né avanti né indietro: è la dimostrazione della naturalezza con cui White continua a maneggiare una materia — il rock — che da tempo occupa una posizione defilata nei grandi circuiti del mainstream. Una lingua che conosce profondamente e che, ancora una volta, riesce a piegare alla propria visione senza inseguire mode o nostalgie.
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