Recensioni

7.3

Lo dicevamo all’epoca di Warm Slime (un anno fa o poco più), e lo ribadiamo ora: John Dwyer non soffre di sindrome del foglio bianco, se è vero che pubblica dischi come niente fosse. A dimostrarlo, se ce ne fosse bisogno, il fatto che insieme a questo nuovo comeback rilascia anche il doppio vinile Singles Compilation Vol. 1 & 2 per la propria Castleface in cui raccoglie i pezzi piccoli sparsi qua e là.

Stavolta però qualche novità c’è. Sembrerebbe infatti che il tatuato chitarrista abbia diretto quasi tutto in solitaria: chitarre, basso, drumming e ammennicoli vari (tra cui anche flauto, clarinetto, tromba, armonica…), registrazione compresa, sono suo appannaggio quasi esclusivo con i sodali (Bridget Dawson alla voce in I Won’t Hurt You e What Are We Craving?) e gli amici (Ty Segall in un paio di pezzi) relegati a figure di sfondo. Con uno come Dwyer però mai fidarsi fino in fondo e non si sa bene quanto e chi abbia contribuito.

Di certo c’è che Castelmania è un gran bel disco che si stacca dalla solita cifra stilistica del progetto. O meglio ne amplifica certe peculiarità e ne mette in secondo piano altre. Forse c’entra il fatto che tutto o quasi sia creazione di Dwyer ma c’è un atteggiamento di maggiore padronanza dell’insieme e messa a fuoco di referenti e rimandi. In poche parole, Castlemania guarda indietro, trasforma il garage in attitudine, riprende la stagione d’oro del flower-power e la intorpidisce inanellando una serie di piccole gemme di jangle-pop talmente retrò da perdere quasi ogni connotato di modernità. Coretti, slanci acustici, testa che ciondola, non manca nulla (vedi alla voce Stinking Cloud). Ma l’occhio/orecchio di Dwyer stavolta sembra aver guardato anche al di qua dell’oceano, verso l’Albione psych-folk più mutante. Un disco che si fa classico, ma non della storia discografica del progetto, quanto dell’intera epopea del (psych)rock da un cinquantennio a questa parte. Il che non è affatto poco.

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