Recensioni

A circa un anno dal valido debutto solista, Finn Wolfhard, già nei Calpurnia e The Aubreys, pubblica un seguito altrettanto agile quanto ispirato. Fire from the Hip amplia il raggio d’azione del convincente esordio senza tradirne lo spirito. La sfida personale lanciata nel 2022 – scrivere cinquanta canzoni entro l’anno – deve aver prodotto un archivio più che generoso: il Mike Wheeler di Stranger Things (Netflix) e il Richie Tozier dei due capitoli di It allunga di poco il minutaggio del debutto (35 minuti) per confezionare dodici brani che lo emancipano da un immaginario esclusivamente alternative anni Novanta a favore di un’indie rock aperto, capace di attraversare con naturalezza tre decenni di rock e folk. Alla maggiore libertà espressiva corrisponde una sicurezza nei propri mezzi: nello slittare da un genere all’altro emergono soprattutto la scrittura e una personalità sempre più definita, sostenute da un suono più corposo e rifinito, registrato ai Pachyderm Studios su nastro a 24 tracce, lontano dall’estetica domestica e dal quattro piste di Happy Birthday.
Se l’attacco si colloca lungo una traiettoria ideale tra Rolling Stones e Kurt Vile, tra riff asciutti e psichedelia di contorno, il resto del disco attraversa i poster appesi nella cameretta di Wolfhard: power pop (Common Side Effects), country folk con organetto anni Settanta (Lights Go Down) o pianoforte (Nice To Meet You Again), kraut rock filtrato dagli anni Ottanta e da tastiere à la Cure (Follow), ballate acustiche (Trail, Maggie) o pianistiche (Good Morning), glam (Crater) e garage rock (Oscilloscope).
Per Wolfhard questo disco rappresenta un personale “parco giochi”: molte delle canzoni erano già state scritte prima ancora che uscisse il debutto, ma vengono affrontate con la consapevolezza maturata nel frattempo. In Fire from the Hip c’è un ventitreenne che sembra aver definitivamente metabolizzato la lunga esperienza di Stranger Things, serie che lo ha accompagnato dai tredici ai ventuno anni, senza più il bisogno di dimostrare che la musica sia qualcosa di diverso da una parentesi tra un set e l’altro. Anche i testi – tra ansia, identità, passaggio all’età adulta, ironia e osservazioni sul presente – riflettono questa maturazione. Avanti così.
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