Recensioni

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Ormai potremmo anche non recensirli più i dischi degli Oh Sees. Potremmo limitarci a darne una segnalazione volante in sede news e bona lì: coscienza a posto e spazio per altre recensioni. Ma così facendo non faremmo torto solo a John Dwyer o agli eventuali suoi fan. Faremmo torto alla musica in generale, perché, nonostante o proprio grazie alla sua elefantiasi produttiva, i californiani stanno diventando un pilastro per tutto quello che sarà il garage sixties da qui in avanti. Che tradotto significa, provate voi a mantenere un simile standard qualitativo producendo dischi lunghi in pratica ogni mese o poco più.

Putrifiers II non aggiunge nulla al già noto, ma il bello è che non sbaglia nemmeno nulla. Tutto è perfettamente in equilibrio e al proprio posto, senza però risultare l’ennesima copia di una copia. Il principio dell’imitatio tocca la congrega di San Francisco solo marginalmente: fornisce loro gli strumenti di base – jingle-jangle vocale, perentorietà delle ritmiche, chitarre distorte ma orecchiabili, amore indiscusso per certi intarsi melodici – ma lascia pure ampio spettro alla sperimentazione e alla fusione in chiave personale.

In formazione classica, del gruppo ormai fanno parte in pianta stabile Mikal Cronin e Chris Woodhouse, i Thee Oh Sees sciorinano perlette di un certo livello tra sixties pop tutto coretti e lustrini (Flood’s New Light), spensieratezza californiana (Hang A Picture), folk-pop cristallino con intrecci vocali (quasi)prog canterburyano (Wicked Park), olezzi west-coast a go-go (vai a dire a Dwyer chi erano i Greatful Dead) e garage-rock storto (Wax Face) o sciolto nell'acido (Lupine Dominus), senza dimenticare i momenti più lisergici e stranianti (So Nice, Cloud #1, la title track). Dimostrando ancora una volta che la pasta di cui sono fatti è di quella buona. Gusto per le copertine escluso.

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