Recensioni

7.6

Si definisce un sopravvissuto Nirosta Steel, al secolo Steven Hall, in un’intervista a Paste Magazine. Uno che, visto lo stile di vita che ha condotto, non dovrebbe nemmeno essere qui a raccontarlo. Il sessantanovenne scozzese, oggi felicemente sposato e residente nella tranquilla Champaign, Illinois, è diventato all’improvviso una sorta di popstar, almeno all’interno di quelle bolle sempre attente a figure e opere laterali, concettuali e fuori canone (per rimanere agli ultimi anni, Los Thuthanaka Diamond Jubilee).

MY SKYSCRAPER, recentemente celebrato da un noto portale, è nato da un fortunato accidente: nel 2014 un suo amico pubblica su Bandcamp la registrazione di un live del 1999 in un bookstore queer di Taipei. Il lavoro, intitolato COOL FIRE, viene notato da Shane Lavers (Chanel Beads), che segnala Hall alla ULYSSA, label statunitense dal catalogo raffinato e specializzata in figure marginali ed elusive, come Hank Donahue. I fondatori della label contattano quindi Hall chiedendogli se avesse altro materiale da pubblicare, ritrovandosi sommersi da un vero bazar archeologico di registrazioni, perlopiù inedite, che spaziano dagli anni Ottanta al 2025. Dal successivo lavoro di selezione e ricomposizione nasce questo corposo disco (circa un’ora e mezza), definito nella press release il distillato di quarant’anni di works, re-works and works-forever-in-progress.

Sì, ma chi è Steven Hall, alias Nirosta Steel? Domanda complicata. Le poche informazioni disponibili, ricavate soprattutto da una recente intervistaTone Glow, sono frammentarie e delineano un personaggio notturno e picaresco. Negli anni Settanta lo troviamo poeta ed editor per riviste letterarie come The World, a frequentare la Columbia University e il Poets’ Building a New York, palazzo dove vivevano, tra gli altri, Richard Hell e Rene Ricard. Flash-forward, nel 1997 riappare a Hong Kong, proprio nell’anno del passaggio della città dal controllo britannico a quello cinese. Qui scrive musiche per spettacoli teatrali e collabora con cantanti d’opera e star del C-pop come Anthony Wong.

Nel 1975, forse, è al Naropa Institute, università privata d’ispirazione buddista, dove segue corsi dell’amico Allen Ginsberg dedicati a William Carlos Williams. Negli anni zero vive per un periodo a Bangkok, dove – parole sue – things got really wild in termini di sesso e droga. A un certo punto degli anni ’90 si ritrova invece a Taiwan a comporre colonne sonore per film sperimentali. Tornando ancora indietro, nella New York degli anni ’80, è accanto a Arthur Russell tra club artsy come Tier 3 e Mudd e locali dichiaratamente queer come International Stud e Ice Palace. Hall canta e suona in brani di Russell come Tell You Today o Is It All Over My Face? (a nome Loose Joints); insieme formano i Bright & Early e nel 1985 registrano otto pezzi. Alla morte di Russell, Hall fonda gli Arthur’s Landing, gruppo con cui porterà in giro l’immenso catalogo dell’artista di Oskaloosa.

Arthur Russell è inevitabilmente il riferimento più immediato quando si parla di Nirosta Steel. Entrambi buddhisti, condividono frequentazioni, queerness e ossessioni musicali: la disco music e il country, George Jones e John Martyn in particolare. Russell pervade MY SKYSCRAPER in più modi. In presenza, suona la batteria in FRESH FEELING e SPECIAL WEAKNESS; GO FOR THE NIGHT è firmata a quattro mani, mentre TRIANGULARIZE faceva parte del repertorio dei Bright & Early. In spirito, Russell aleggia dietro ogni riverbero, nell’essenzialità un po’ tenuta insieme con lo scotch della maggior parte delle canzoni del disco. Anche l’idea di archivio aperto, di una discografia ancora tutta da scoprire, di infiniti rivoli che si diramano dalla storia discografica ufficiale, sembra adattarsi tanto all’uno quanto all’altro.

MY SKYSCRAPER può essere letto come la biografia sonora del protagonista di un Novecento laterale, capace di attraversare e contribuire a modellare sottoculture e scene underground di due continenti. Una raccolta di demo provenienti da epoche e geografie differenti, popolata da collaboratori e compagni di strada: dai pionieri della scena art newyorkese Peter Zummo e Larry Saltzman ai revivalisti disco Drop Out Orchestra, fino al cantante lirico pechinese Hung Chiu Fung. Pur attraversato da un’allure svaccata, divertita e tendente all’ossuto, il disco ospita una varietà impressionante di generi, registri e arrangiamenti. Innanzitutto c’è la voce di Hall, l’aspetto di cui lui stesso dice di andare più fiero. Oltre alle armonizzazioni di GREY BOY (A CAPELLA SONG), passa con naturalezza da una delivery algida e sorniona alla Lou Reed (ENGLISH PARTYNEW BOY) a un canto lunare alla David Byrne (FRESH FEELING), fino alla melanconia da cattedrale diroccata di MOHAN JOVI SONG, che sembrano cantate dallo stesso Russell.

A volere abbozzare una descrizione in termini di generi, ci troviamo davvero in mezzo a un bazar: gli stab di ENGLISH PARTY (un provino scritto per Madonna che pare uscito dal Drive di Jai Paul), la deep house di BOSS TRIX (BENNY’S SONG), il dance-punk di LOST IN MUSIC, con echi di Miss You e LCD Soundsystem, della New York della compilation DISCO NOT DISCO; poi le nervose suite avant-folk TRIANGULARIZE, FRESH FEELING e SPECIAL WEAKNESS, oppure la disco cosmica con picchi country-gospel di FIRST LOVE (DISCO MOONBEAM MIX). Ma il catalogo non finisce qui, perché Hall ha un gusto particolare anche per i lenti, che siano slow jams come MY NAME IS NIGHT, disinvolti city-pop (GO FOR THE NIGHT) o struggenti pezzi slowcore come JOVI SONG (forse per questa qualcuno su X l’ha definito ‘gay Mark Kozelek‘).

Al di là dell’elenco di generi e influenze, ciò che colpisce è l’attitudine giocosa e l’assoluta apertura verso qualsiasi direzione queste composizioni, tanto fragili quanto imprevedibili, possano prendere. Hall definisce questo approccio deep play, facendo l’esempio degli uccelli che imparano a volare cadendo, senza che nessuno glielo insegni. Una voluttà nell’improvvisare, nell’accettare l’errore e l’imprevisto, che rende questi pezzi istantanee ruvide ma intrise di vitalismo notturno. Le canzoni grondano desiderio, disinvoltura e carnalità, esibita peraltro nei titoli e nella foto del retro di copertina (d’altronde il suo soprannome in cantonese è Dai Gow, “cazzo grosso”). Ed è proprio qui che MY SKYSCRAPER si distingue da lavori come Diamond Jubilee, o da artisti sonicamente affini quali Avalanches, Memory Tapes, Blood OrangeFrank Ocean: se in questi ultimi la lore da archeologia musicale, da storia parallela e notturna degli anni Ottanta, è spesso un’operazione concettuale che guarda alla nostalgia, in Nirosta Steel tutto è viscerale, colto nel momento stesso in cui prende forma. Oltre al valore prettamente musicale — notevole, pur con qualche inevitabile passaggio a vuoto lungo un’ora e mezza — MY SKYSCRAPER affascina perché restituisce il ritratto di una figura romanzesca, gioiosamente attaccata al Novecento e a un’esuberanza tipica di quei protagonisti “sotterranei” rimasti ai margini della cosiddetta storia ufficiale.

Figure inquiete e incidentali, che hanno attraversato il secolo innanzitutto con il corpo. Nirosta Steel diventa così l’ideale compare di personaggi, anche letterari, come Neal Cassady, il Limonov di Carrère o Gideon, protagonista del romanzo incompiuto di Boogie Moscovitch ne La versione di Barney: un outsider smaliziato e godereccio che ha attraversato le viscere del Novecento lasciandosi alle spalle un diario di viaggio arrivato fino a noi quasi per caso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette