Recensioni
Nina Kraviz, Peggy Gou, Soulwax, Skream, Caribou
Kappa FuturFestival 2025
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Valerio Veneruso
- 8 Luglio 2025

Per qualche strano motivo, dettato forse da timori e pregiudizi vari, da quando vivo a Torino non sono mai andato al Kappa FuturFestival, una lacuna non indifferente che però, a 40 anni suonati, sono finalmente riuscito a colmare. L’utilizzo del “finalmente” qui è d’obbligo, poiché dopo 13 edizioni mancate ho capito che il Kappa è in realtà un’esperienza unica: una piacevolissima sorpresa che un po’ mi pento di non aver vissuto prima.
E in effetti, anche questa volta, il festival diretto da Maurizio Vitale di Movement Entertainment si è confermato come uno degli eventi musicali più importanti – a livello mondiale – dell’estate italiana. Dedicata essenzialmente alla musica techno, intesa in tutte le sue declinazioni, la rassegna ha portato al Parco Dora di Torino ben 120mila “fedeli” provenienti da ogni dove per ascoltare, in tre giorni non-stop (da mezzogiorno fino a mezzanotte), oltre 110 artisti/sacerdoti che hanno fatto di questo genere una vera e propria religione a parte.
Tra performance guidate da storici veterani del Kappa Futur (come Carl Cox, Joseph Capriati, Seth Troxler, Boris Brejcha e Nina Kraviz), e live di una qualità molto alta – uno su tutti quello dei Soulwax – la manifestazione ha preso la forma di un tour de force da fruire attraverso sei stage, ognuno dei quali attento alla diffusione di un mood ben preciso. Fra questi menzioniamo la new entry del Lab, che ha visto alternarsi artisti del calibro di Speedy J, The Lady Machine, DVS1 e Traxx.
Ad aprire le danze, nella giornata del 4 luglio, sono stati Fantasm, Ben Ufo, e Skream, che hanno avuto l’onere e l’onore di scaldare per bene un pubblico assetato di BPM spinti e di quel senso estremo di libertà (sessuale e non) che spesso si fatica a ritrovare negli attuali eventi musicali. Perché sì, ciò che ho respirato una volta varcata la soglia del Parco Dora – oltre a un’impellente urgenza di esprimere sé stessi – è stato proprio un senso comunitario che legava tra loro tutti i partecipanti. A dimostrare questa sentita affezione da parte del pubblico è stata, ad esempio, una estemporanea richiesta di matrimonio supportata da chi, in quel momento, si è trovato a passare di lì per caso.

L’attenzione da parte degli organizzatori nel mantenere energie positive si ritrova però anche in azioni concrete, quali ristrutturazioni e rifacimenti dell’area ex Roseto (11.500 mq), lavori di manutenzione e di riqualificazione del parco: un impegno nel cercare di essere il più sostenibili possibile, evidenziato anche dall’affiatata campagna pro-riciclaggio portata avanti durante tutto l’evento.
Con il set aggressivo di Cloudy, back to back con Novah, il primo giorno si è poi sviluppato con Donato Dozzy che, nonostante alcune derive acid, ha dato il meglio di sé sabato 5 con il progetto live Voices From the Lake, insieme a Neel. Il climax collettivo della serata ha raggiunto l’apoteosi con l’esibizione sofisticata (fatta di raggi laser e visual suggestivi) di Nina Kraviz, con le bombe gabber sganciate da Nico Moreno e con la ciliegina sulla torta del già citato concerto dei Soulwax.
Tornata inaspettatamente alla ribalta dopo la gloria dei primi anni Duemila, la band belga ha dato vita a un live incredibile, sostenuto da tre batteristi (inseriti in altrettante strutture cubiche) e da tutta una serie di misteriosi e fantascientifici sintetizzatori che ne hanno amplificato la resa scenica. Tra i vari brani eseguiti non è mancata la loro hit del 2005, NY Excuse.

Con lo stesso spirito della giornata precedente, la data di sabato 5 luglio ha dato spazio a performance agguerrite condotte da DJ e producer quali Helena Hauff, Barbara Lago e Chris Liebing. Decisamente notevole anche l’apparizione di DJ Hell che, con una selezione dal sapore anni ’80-’90, ha infiammato una folla presa più che bene.
E dopo i viaggi affascinanti del dj tedesco, è stata la volta dell’aggressività di Beltran e dello spiazzante live di Floating Points (all’anagrafe Sam Shepherd) che, tra sperimentazioni ambient/simil-IDM e incursioni techno-noise, ha sorpreso la platea con visual a dir poco arditi. Ad affiancare il musicista britannico sono state infatti Anna Diaz (dello studio creativo Hamill Industries) e l’artista giapponese Akiko Nakayama, che hanno dato vita a immagini estremamente dinamiche. Al pari di una vera alchimista, Nakayama si è circondata di tutta una serie di tubicini, liquidi, provette e ampolle, propedeutiche alla realizzazione in tempo reale di visioni ad alto tasso psichedelico.
Carico di un certo entusiasmo, nel primo pomeriggio di domenica 6 mi sono nuovamente presentato ai cancelli straripanti del Parco Dora per assistere a uno dei momenti più attesi: il prorompente live di Carl Cox. Dall’alto della terrazza del palco Voyager, ho così avuto modo di godermi a pieno un set molto coinvolgente che mi ha spronato a danze sfrenate su quel riconoscibilissimo flusso sonoro che il producer britannico porta avanti da circa quarant’anni.

Nonostante questo, a un certo punto il festival ha dovuto bruscamente interrompersi per la scellerata decisione di un ragazzo di scalare a mani nude uno degli altissimi piloni che caratterizzano l’anima industriale del Parco Dora. Dopo almeno una ventina di minuti e l’intervento dei vigili del fuoco, i palchi del Kappa hanno ripreso con le proprie line-up, lasciando inevitabilmente qualche dubbio sulla ripercussione che quanto accaduto potrà avere sulle edizioni future della manifestazione. A parte la paura per una tragedia sfiorata, il “rischio” quando avvengono episodi del genere è che si possano prendere provvedimenti concreti che intaccherebbero quell’armonia condivisa tipica di questo festival.
Perturbazioni a parte, la serata è fortunatamente proseguita con una carrellata di casse dritte e sberle in faccia date da pezzi da novanta quali Diplo, Joseph Capriati e Boris Brejcha: una sorta di antipasto strong da assaporare prima della desiderata Peggy Gou. Accolta da una standing ovation roboante, la producer sudcoreana si è alternata tra sferzate techno e dance da estate anni ’90, affiancata da gigantesche proiezioni di video 3D dove inquietanti cagnolini morbidosi si deformavano tra un movimento e l’altro. Inevitabile la diffusione del tormentone (It Goes Like) Nanana, cantato a squarciagola dal pubblico.
A sancire la conclusione del Kappa Futur (che nel frattempo ha già annunciato le prossime date del 2026, ovvero dal 3 al 5 luglio) è stato infine il potente concerto dei Caribou che, sorretto da visual ipnotici e minimali, ha presentato una manciata di pezzi suonati come se si trattasse di techno analogica: una scelta audace che si è inserita perfettamente nel contesto generale.
Perché in sostanza, quello che forse rimane da fare per contrastare le brutture del nostro tempo non è altro che riconnettersi alla nostra natura più ancestrale attraverso la messa in atto di danze estenuanti e catartiche in grado di ricordarci l’importanza della primordialità.
E come recita la grande installazione luminosa dell’artista Marinella Senatore (allestita all’interno del Kosmo Stage): Dance first, think later.
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