Peggy Gou. “(It Goes Like) Nanana”, lo sciocco singolo dell’estate
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Daniele Rigoli
- 20 Settembre 2023
«Dopo aver scalato le classifiche di tutto il mondo ed essere diventata la colonna sonora della nostra estate (e di quella di tutto il mondo) è ora il pezzo + passato dalle radio italiane ed è già Disco di Platino”. Questo l’estratto della mail che ci avvertiva trionfante che (It Goes Like) Nanana, il tormentone di Peggy Gou, ha ricevuto la tanto ambita certificazione. Alla fine della giostra, ce l’ha fatta, ma chi ne aveva dubbi.
Era nell’aria, diciamocelo, le cifre sono considerevoli tanto che non serve neppure andarle a sciorinarle. L’occasione è buona piuttosto per stendere alcune riflessioni a partire dalla più scontata: al contrario del quantistico Richie Hawtin (per dirla come il nostro Andrea Benedetti) che riesce a far coesistere l’universo mainstream e quello underground sfuggendoli entrambi, la DJ coreana sfrutta decisamente l’immagine e le possibilità offerte dal primo, ne plasma e cavalca mezzi e strumenti: la troviamo nei megaclub di Ibiza per sbocciatori professionisti e relativo show biz, il suo nome associato a marchi e sfilate di moda, eppure spicca nei cartelloni di festival di qualità, come ad esempio quello del capitolino Spring Attitude.
C’è una sensazione che tutti conosciamo ma che è difficile da descrivere, quella sensazione di amore, calore ed eccitazione quando si è circondati da amici e persone care e l’energia parla da sola. È difficile da esprimere a parole, ma per me significa nanana
Peggy Gou
Con (It Goes Like) Nanana Peggy Gou affonda finalmente il colpo radiofonico che le mancava. Lo ha covato a lungo, almeno dai tempi di It Makes You Forget uscito ormai un lustro fa. Il singolo ha tutto quello che è mancato alle colleghe del circuito in quattro quarti – vedi l’agghiacciante Tarde di una spagnoleggiante (?) Nina Kraviz o i brani che Jayda G prova a lanciare in questo senso senza risultati particolarmente brillanti e incisivi – si becca sia le fasce migliori della rotazione RDS, l’airplay balneare, i passaggi di DJ famosi e non, fino a quelli improvvisati che dal baretto provano a farsi notare tra un caliente inno reggaeton e mashup criminali. Pure i più intransigenti frequentatori dell’underground dance, senza farsi notare, una fischiettata più o meno involontaria ce l’hanno data, il che è tutto dire.
Eccola la magia della ragazza di Incheon che lanciando il brano lo descriveva grossomodo come un frullato d’antemica house con scaglie baleariche e liquori dance ’90 e ’00. Certo, di Sueño Latino poco e niente, però di passate hit quante ne vogliamo. Dice niente il lead altezza 9 PM (Till I Come)? E che dire del bambinesco nanana che pare ritagliato apposta per questo zuccheroso ritorno di nostalgia da fine millennio? Pensate all’immortale pezzo degli ATC, ma invece del “LA” cambiamo la consonante.
Si sa, i ghostwriter sono ovunque e così le malelingue. Diamo un’occhiata ai crediti e tra produzione e songwriting l’unico nome è il suo. C’è gente che spiffera che dietro la hit potrebbero nascondersi due noti producer partenopei. Avete capito chi. Peggy Gou come i Milli Vanilli? Sono soltanto gossip, Kim Min-ji – questo il suo nome di battesimo – sa suonare anche il piano, e non mancano reel a dimostrarcelo. Basterà a farne una piccola Quincy Jones?
Bando alle ciance, Peggy Gou non è il male. Non del tutto perlomeno, e Jules Winnfield è sempre qui a ricordarci quanto il suo non è (più?) lo stesso fottuto campo da gioco dell’undergound dance duro e puro. Non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport di chi si meraviglia ancora della “fine che ha fatto ‘la scena’”, un morto che cammina in questo paillettato mondo di dirette social e palchi alti tre metri.
Parliamo di un mondo perennemente attaccato agli smarphone, di masse che non aspettano altro che l’arrivo del prossimo drop con le mani al cielo in questo eterno ritorno trance che è il rito messianico del terzo millennio almeno da Avicii buonanima in avanti. Delle peggiori sagre che possiate immaginare, dei preti che mettono i dischi alla Giornata Mondiale della Gioventù, del primo festival costruito come gli strati del più alto burger che riuscite a immaginare. That’s the story.
Se la norma tra i quotati protagonisti del giro house e techno è quella di portare acqua (solo e soltanto) al proprio mulino, Peggy Gou, al netto di protagonismi e calcolato arrivismo, ha perlomeno il merito di aver dato spazio a qualche oscuro eroe di Chicago dimenticato da dio (leggasi Maurice Fulton). Nei suoi dj-set, siamo onesti, a parità di visibilità e pop-credibility, sbraga molto ma molto meno di quanto avrebbe pieno diritto di fare e un paio di pezzi acid vecchia scuola ogni tanto sa anche tirarli fuori. I suoi setlist, ricordiamolo, sono lo specchio di quel che la sua generazione ha portato avanti, capitalizzano cioè quell’approccio fluido e cross genere che è ormai la norma, con un occhio puntato a spendibilità, marketing e business.
(It Goes Like) Nanana non è né più né meno di un tormentone pop estivo confezionato su misura per l’heavy rotation festivaliero come radiofonico, niente da invidiare a una hit media firmata Annalisa, Pinguini Tattici Nucleari e J-Ax. Ce lo dimenticheremo in fretta? Di sicuro. Ce lo ritroveremo in futuro nel cestone dell’autogrill delle hit dell’estate 2023? Altrettanto probabilmente.
