Recensioni

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Qualm. In tedesco “fumo”; in inglese “apprensione”. Una doppia traduzione che, nonostante mostri due espressioni totalmente diverse, può fornirci una descrizione sintetica del nuovo – secondo – album di Helena Hauff. Divenuta ormai punto di riferimento imprescindibile e a diverse latitudini per il clubbing che conta (basti dare un’occhiata al suo calendario fittissimo, che di media conta almeno 2-3 set a settimana), la producer di Amburgo, sin dagli esordi ai piatti nel club cittadino Golden Pudel, ha sempre trovato il suo centro di gravità in un universo ansiogeno, inquieto ed irrequieto, che guardava tanto ai malumori del post-punk e della wave, quanto allo spirito di house e techno degli albori, così come alle muscolarità electro e a certe convergenze con l’industrial e l’EBM europea, trovando sempre la quadra – sin dagli esordi nell’illuminata Werkdiscs del padre putativo Actress – in un apparecchiato set di macchine in cui la 303 e lo Juno-60 non possono che essere fedeli alleati alla causa, disegnando atmosfere e ambientazioni lugubri e funeree.

Con la Hauff ci eravamo lasciati lo scorso ottobre con l’EP Have You Been There, Have You Seen It (che segnava l’esordio per Ninja Tune, responsabile anche di questa nuova uscita), ennesima esplorazione – non certo originale, ma pur sempre personale – dei campi da gioco sonori citati poco sopra, con un pizzico di (giusta) riverenza nei confronti dei pionieri e dei mostri sacri. Arrivati dunque alla seconda prova sulla lunga distanza, a tre anni di distanza da Discreet Desires, l’artista tedesca (che per la prima volta ci mette la faccia – sfocata – in copertina) non si muove di un solo centimetro dal proprio baricentro, che pure non disdegna violenti cambi di ritmo e montagne russe. Si tratta più di affilare con maggiore esercizio le lame a disposizione, ritoccando con savoir-faire pensieri e nozioni già ben inculcate nella mente e nella interessantissima collezione di dischi personali della DJ (ancor prima che producer, attività iniziata con cognizione di causa “solo” nel 2013).

Resta lì, immobile e imperante, il sinistro sentore pescato da Blade Runner e relativi synth presi in prestito da Vangelis (Panegyric) e Kraftwerk (It Was All Fields Around Here When I Was A Kid), e così le magnetiche strutture rétro-futuristiche, che da queste parti sono sempre vive ed essenziali, filosofeggianti e androidi. La sostanza viene sviscerata fino alle interiora più impenetrabili, non c’è urgenza di comunicare nient’altro al di fuori di ciò che è stato già detto, per un approccio che sa tanto di continuo e stimolante studio del passato quanto di conoscenza dei propri (eventuali) limiti. Se vi aggirate per questi lidi saprete certamente cosa poter (e dover) chiedere. La morsa è la stessa, ferrea, meccanica ed ipnotica, di Actio Reactio (Barrow Boot Boys, Lifestyle Guru, No Qualms), con i relativi ganci tra electro-techno e l’house più gracchiante e lo-fi, scartavetrando la materia in pattern acidi e ronzanti (Hyper-Intelligent Genetically Enriched Cyborg). In più la Hauff, che non di sola cassa in quattro vive, piazza un paio di interessanti, seppur ancora abbozzate, zampate nel solco delle tesi da soundtrack giapponese per videogame (Entropy Created You And Me, Primordial Sludge), che di recente – anche grazie al certosino lavoro di Hyperdub e Kode9 – stanno ricevendo sempre più attenzione dall’intellighenzia elettronica.

In poche parole, un’opera che non sposta niente ma comunque valida, e che conferma Helena Hauff nel suo ruolo preferito, quello della DJ, ma anche il suo lato creativo.

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