Recensioni

Dopo un debutto – Elaenia – che definimmo immobile e cristallino, minimalista e vagamente sinfonico, e una parentesi psych, sempre con la band, che gli fece guadagnare in rete il nomignolo di Ploatink Floynts, il nostro neuroscienziato preferito ritorna sui suoi passi elettronici, ovvero alle origini (J&W Beat, Vacuum Boogie ecc.) e a quella bedroom elettronica fatta di notti stellate, Rinse.fm e club night londinesi (con un pizzico di Hip Hop) che da sempre condivide con i mentori, nonché migliori amici, Four Tet e Caribou.
Il jazz rimane il filo rosso a collegare molte cose quando si parla di Sam Shepherd ma in Crush, composto a ridosso del tour in cui apriva per gli XX, il collante è un altro. Con addosso ancora il brivido delle performance solitarie davanti a 20.000 persone armato unicamente di Roland, Buchla e drum machine, il Nostro produce un disco ispirato da un tempo che fu e non tornerà, ma anche da insondabili parentesi intimistico-immaginifiche, nonché da ludiche session coi modulari. La dominante è e rimane impressionista, ed è quest’impronta a trasudare dalle timbriche, dagli spazi tra le note e persino dalle stecche prodotte dalla circuiteria. È musica che scivola nel dedalo di ricordi, ma anche materia vivida e “a picco sull’emozione”, proprio come piace a Richard D. James. La copertina – che se vogliamo è pure un rimando al neohippismo della Second Summer of Love – sembra confermarlo, così come confermato è questo sguardo psichedelico e gentile che rimanda alla truppa dei sopracitati amiconi, Bevan / Burial compreso, gente che negli anni formativi il club lo ha vissuto più per racconti di parenti e cugini che per esperienza diretta.
Nello specifico, bevaniani appaiono distintamente episodi come Bias, che riprendono la lezione UK/Future/Garage a cavallo 00s/10s da un’angolazione non troppo nostalgica così come aphexiane e idm-90iani risultano gli strappi sui ritmi e i veloci incastri che spezzano la morbidezza generale dell’opera (Last Blood, Environments). In un buon disco impressionista non potevano inoltre mancare i momenti debussiani, sia in take essenziali (Birth e Sea-Watch, rispettivamente per synth e piano) che macchiate d’analog-mania (il dittico finale Apoptose).
E dando uno sguardo ai titoli delle tracce, le Crushes musicali che Shepard ha voluto imprimere a questi 14 quadretti si arricchiscono di curiose note sul loro concepimento: Apoptosi – ovvero una forma di morte cellulare programmata – si traduce paro paro in un requiem, viceversa Karakul – una tipologia di pecora originaria del Turkestan – per qualche dietrologica ragione (c’entrerà The Tuss?) inscena un viaggio spaziale in alta definizione. E che dire di LesAlpx, che possiede lo stesse progressioni prog-trance portate al successo da Jon Hopkins con la sola differenza che a guidarle qui c’è il fidato Buchla? «Sono tornato sui miei primi dischi e su ciò che amavo suonare in club come Fabric e Plastic People – ribadisce lui in recenti interviste e note d’accompagnamento – Volevo catturare l’immediatezza di quella musica e la sensazione che provavo quando ero in pista, trovarmi immerso in un suono che riuscisse a coinvolgermi all’istante». Ma il disco, come sopraddetto, guarda anche oltre, alla lezione di Suzanne Ciani ad esempio: vedi l’incursione new age di Requiem for CS70 and Strings.
Tirando le fila, tra bozzetto impressionista e rivisitazioni modulari di musiche da club – che riavvolgono il nastro all’ultima produzione del Nostro (gli EP Ratio e LesAlpx / Coorabel) – Crush è un affresco appassionato e ben cesellato. Ad oggi Elaenia rimane non un capolavoro ma un importante punto di snodo all’interno del percorso artistico di Shepherd, viceversa la nuova prova sembra a tratti incerta tra forme, maniere e il linguaggio di un’autorialità importante che le trascenda.
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