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6.9

PA, ‘pane’ in dialetto minorchino (una varietà di catalano), è il quarto album di Anna Ferrer, trentatreenne artista balearica che ha voluto celebrare, non senza senso di colpa, il mestiere di fornaio, praticato da generazioni da tutta la sua famiglia – tranne, appunto, con decisione sofferta, da lei. Così come il pane è il cibo parco per antonomasia, così la musica di Ferrer in questo lavoro è scarna, dura, un folk arido che si regge soprattutto su voce e chitarra.

La voce è l’elemento caratterizzante del disco. Dolente e profonda, la sua centralità è sottolineata sin dalla bocca spalancata, quasi in modo innaturale, in copertina. Il primo pezzo, lo ieratico Ses porgueres, è emblematico nella sua polifonia. Musica che riflette il duro vivere e la ripetizione dei gesti (sottolineata da sparsi field recordings, come gli strumenti del mestiere in No ven más cien ojos), e che solo occasionalmente si apre alla celebrazione. Si segnala in questo senso Yeri yeri, canzone folk armena sul pane lavash, reinterpretata in chiave power (quasi strizzando l’occhio allo stomp, clap, hey). Altrove, la fantasia sorvola il mediterraneo, e l’influsso preponderante è quello arabo, evidente nelle linee vocali di Aigo.

Il repertorio interpretativo di Ferrer è molto ampio, sebbene all’interno di un disco, appunto, quasi severo. La già citata No ven más cien ojos ha un incedere jazzato, che ricorda alcune cose di artiste catalane come Rita Payés o Magalí Datzira. Altra componente è quella salmodiante e austera, dove la voce si prende il centro di uno spazio dilatato, punteggiata solo da qualche occasionale ricamo chitarristico o ambientale, come in Sacrament o nella conclusiva Son. Infine, forse i momenti più prodighi del disco, le incursioni in un pop nostalgico e tenero, come nella notevole Iaia.

A voler contestualizzare, PA è un disco pervaso di una volontà di recupero verso le proprie origini, che siano linguistiche, identitarie, familiari. In questo senso, si colloca all’interno di una scena neo-folk catalanofona, che va dal tradizionalismo di Silvia Pérez Cruz alle proposte più electropop e sperimentali della Maria Arnal solista o delle Tarta Relena, ponendosi più nella prima parte dello spettro. A voler allargare lo sguardo alle nostre sponde del Mediterraneo, le stesse premesse teoriche di queste artiste hanno segnato – e stanno segnando – una buona parte del panorama indipendente italiano regionale, da Iosonouncane fino al “continente” di artisti come Gaia Banfi, Massimo Silverio o La Niña (per citarne alcuni). Gli elementi appaiono gli stessi: l’uso del dialetto, l’innesto di forme musicali tradizionali, il sincretismo mistico/spirituale, la (re)invenzione della tradizione, il tutto finalizzato a cercare un contatto profondo con le proprie origini, interpretate a volte in forma mitica e ancestrale, a volte come folklore da travel influencer.

Tornando all’immaginario di Anna Ferrer, questa solenne e aspra austerità (magari collegata alla dimensione isolana, chissà, d’altronde anche Die ha una componente simile, sebbene declinata all’elettronica), del tutto opposta al pantagruelismo solare dell’ultima Rosalía, sebbene coerente e funzionale al concept del disco, può in alcuni momenti renderlo di difficile masticazione, come un pane troppo secco. Altrove invece, come nella già citata Iaia, sorprende come un bicchiere d’acqua dopo una giornata di lavoro manuale.

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