Top Gun: Maverick ha salvato il cinema. Questo è l’inattaccabile dato di fatto con cui mi sento di introdurre le mie considerazioni sull’anno cinematografico che sta per chiudersi, il primo “a pieno regime” dopo la pandemia. Premetto subito che, per un fattore pratico, noi di Sentireascoltare abbiamo tenuto conto di un periodo che va dal dicembre 2021 a novembre 2022, quindi nelle nostre liste non troverete film usciti (al cinema o in streaming) questo dicembre. Comunque, anche se alcuni hanno avuto una distribuzione limitata (i prodotti Netflix o quelli festivalieri), sono tantissimi i film nazionali e internazionali usciti nelle sale negli ultimi dodici mesi. Certo è che la distribuzione continua ad avere grandi problemi, magari proponendo la stessa manciata di film ad una distanza ristrettissima, ma come biasimare tale scelta in un periodo storico in cui la visione domestica ha acquistato sempre più importanza nei cuori e nelle tasche degli spettatori (gli incassi poco entusiasmanti dell’animazione Disney sono lì a dimostrazione, come nel caso di Strange World – Un mondo misterioso). Perciò, ancora una volta, il botteghino è stato trainato dai grandi blockbuster nordamericani, gli unici che fin dagli anni Ottanta risollevano le sorti del Cinema e dei cinema contrastando la cavalcata della serialità televisiva.
È sempre una questione di grande spettacolo, di quello spectacular spectacular che rende l’esperienza cinematografica unica nel suo genere (e che merita la spesa, parecchio alta per chi ha una famiglia e frequenta i grandi circuiti); non a caso, infatti, a chiudere l’anno saranno il kolossal sci-fi Avatar: La via dell’acqua del Maestro James Cameron, sequel del film con il più alto incasso della storia, e The Fabelmans, l’attesa semi-autobiografia del Maestro Steven Spielberg (entrambi gli autori hanno definito il cinema degli anni Ottanta). Potremmo stare a discutere su come sia cambiato o non cambiato il gusto degli spettatori, puntare il dito contro l’effetto nostalgia o contro la pigrizia (del pubblico e/o del produttore) con la quale si evitano le storie “nuove” o con maggior complessità (tifare Martin Scorsese o lo stesso Cameron nella battaglia contro i cinecomics). Ma a mio avviso sarebbe uno sbaglio. A fare la differenza sarà sempre quello che la storia si prefigge di raccontare, indipendentemente se sia pensata per il grande pubblico o no. In un certo senso, potrebbe risultare più interessante quando è il prodotto mainstream a veicolare concetti complessi e fuori dagli schemi consolidati, proprio perchè la larga diffusione presuppone anche una maggiore facilità di fruizione (quindi film che si impegnano a rendere “semplice” ciò che “semplice” non è).

Talvolta capita che la bellezza si ritrova laddove non ci si aspetta, che un’idea rimanga nella mente dello spettatore grazie ad opere che non sembrano così interessanti. Paradossalmente la straordinarietà del come può risiedere nella sua ordinarietà perchè è il cosa ad essere la principale chiave d’interpretazione, soprattutto se va a toccare tematiche che ci riguardano tutti da molto vicino e ci aiutano a comprendere meglio le trasformazioni e le questioni del mondo. È dai tempi del cinematografo che smaniamo per vederci proiettati sul grande schermo (in qualsiasi veste, dalla peggiore alla migliore) e il cinema continua ancora oggi a soddisfare questo nostro bisogno, abbracciando in maniera crescente il ventaglio di possibilità che l’umanità stessa offre. E se non riusciamo a comprendere questo lato umano della Settima Arte, un lato che non è mai svanito, è perchè forse siamo così assuefatti dalla superficie, dai “buchi di sceneggiatura” e dal “politicamente corretto”, che spesso ci dimentichiamo di andare in profondità e apprezzare quello che c’è da apprezzare veramente.
Il grande cinema si manifesta quando ci interpella direttamente, quando rappresenta la complessità della nostra esperienza di esseri umani e, di conseguenza, si fa porta d’acceso per la scoperta e la comprensione dell’altro. Immedesimarsi in una storia vuol dire, per estensione, immedesimarsi nella storia di chi troviamo seduto accanto a noi dentro una sala cinematografica: cosa c’è di più umano dell’empatia? Ovviamente il cosa non basta per rendere un film qualitativamente rilevante, ci vuole anche l’originalità del punto di vista. Questo è vero anche – e forse soprattutto – per quelle storie che sono già state portate sullo schermo: in un’epoca in cui tutto viene ripescato fino alla nausea, in cui niente può essere considerato davvero nuovo, lo sguardo dello spettatore deve puntare verso lo sguardo dell’autore, apprezzare quali strategie vengono usate per raccontare il “già visto”; e non è mai solo una questione estetica perchè l’originalità si può intravedere anche in ciò che sta al di fuori il film stesso (nelle aspettative, nel contesto, nella personalità dell’autore…). Giusto per fare un esempio (e anticipare qualcosina), il Pinocchio di Guillermo del Toro è una reinterpretazione talmente bella e inedita che ha ottenuto subito un posto d’onore nell’Olimpo dei film d’animazione.

A questo punto possiamo buttarci a capofitto nella mia personalissima e contestabilissima lista dei venticinque migliori film del 2022 (per gioco li ho messi in una classifica di gradimento che potete recuperare in versione completa alla fine).
Partirei con quei film che si sono dimostrati una ventata fresca in termini di rappresentazione. Impossibile non includere nella lista Red, il film Disney/Pixar della regista cinese Domee Shi che trasforma (letteralmente) la pubertà di una pre-adolescente in un fantasy educativo, ironico e intelligente; quest’anno la Casa di Topolino si è data davvero da fare per quanto riguarda l’universo femminile, basti pensare alla Marvel con la miniserie She-Hulk: Attorney at Law o il film Black Panther: Wakanda Forever. Quasi come un contro-canto indie e senza mezze misure, un mese fa è uscito in sala Il piacere è tutto mio di Sophia Hyde, commedia brillante in cui Dame Emma Thompson mette tutta sé stessa al servizio di un’importante riflessione sul piacere femminile, sul sex-working e sui corpi che invecchiano. Di lavoro nel mondo del sesso ne parla anche il meraviglioso Red Rocket di Sean Baker, il quale ha voluto Simon Rex per il ruolo di un porno attore furbo, detestabile e in rovina: con la tipica estetica pop e “caramellosa” del suo autore, il film è un’incursione dramedy nell’America di Trump. Per ritornare invece sui tratti della commedia più pura, quest’anno ha portato Bros, prima rom-com newyorkese a tematica LGBTQIA+ destinata al grande pubblico grazie a Universal (regia di Nicholas Stoller, produzione di Judd Apatow, un cast di persone appartenenti alla comunità). E sempre un ragazzo gay è al centro di Flee di Jonas Poher Rasmussen, delicato film d’animazione che racconta la tragedia dei flussi migratori verso il Nord Europa (il protagonista scappa dall’Afghanistan).
Al solito abbiamo visto storie molto complesse, alcune attinenti alla realtà dei fatti, altre invece con una buona dose di astrazione. Le buone stelle – Broker è l’ennesima lezione di Hirokazu Kore’eda perchè ricava una commedia familiare da un fatto di cronaca drammaticissimo, ovvero il mercato nero di neonati. Dai bassifondi coreani si passa a quelli francesi di Athena in cui, attraverso il suo inconfondibile stile iper-estetizzante, Romain Gavras ci mostra la Francia delle banlieues in rivolta contro un sistema razzista e classista. Guerra e provincia animano Un altro mondo, terzo film di Stephane Brizé sul tema della crudele legge del mercato e con un gigantesco Vincent Lindon nei panni di un dirigente di fabbrica. Per rimanere in territorio francese questo è stato l’anno di Parigi, 13Arr. di Jacques Audiard (con sceneggiatura di Céline Sciamma), potente ritratto in bianco e nero della generazione millenial divisa tra fluidità e disequilibri emotivi. E la cosa interessante è che pure lo straordinario Le illusioni perdute (di Xavier Giannoli) riesce a inquadrare una gioventù dai tratti contemporanei (in un mondo di fake news), pur essendo tratto dall’omonimo libro ottocentesco di Honoré di Balzac. Infine, compiendo un lunghissimo salto verso l’America Latina, i giovani sono un elemento fondamentale di Argentina, 1985 (di Santiago Mitre), dinamicissimo court-drama sul processo contro il dittatore Jorge Rafael Videla.

Non potevano mancare i film che parlano di cinema e riflettono sulla sua stessa natura. Ecco allora lo strano esperimento di Jordan Peele intitolato Nope, ovvero un horror/sci-fi che cerca di unire il grande intrattenimento “alieno” di Steven Spielberg con la metafisica di Stanley Kubrick. A proposito di horror meta, quest’anno è uscito lo spassosissimo quinto capitolo della saga di Scream (Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett), ma per un soffio non è rientrato in questa lista. In una scala decisamente più privata e meno spettacolare (ma non meno affascinante), alla Mostra di Venezia c’è stato il “ritorno” di Jafar Panahi con Gli orsi non esistono in cui, ancora una volta, il regista iraniano (attualmente in carcere) riflette sulla differenza tra realtà e finzione, tra realtà e immagine cinematografica. E sullo stesso tema si allineano le tre ore di Blonde (di Andrew Dominik), discussa biografia di Marilyn Monroe tratta dal romanzo della scrittrice americana Joyce Carol Oates: un viaggio allucinato nei meandri della cultura dello stupro e dei deliri di una maschera riprodotta all’infinito. Cambiando totalmente genere, il Cinema è il fuoco che alimenta il documentario Moonage Daydream di Brett Morgen: la vita di David Bowie è perfetta per un film meta perchè piena di personaggi, maschere, icone, immagini, riflessi, distorsioni e reinterpretazioni. E, sempre a proposito di documentari e biografie, come non inserire in una lista il commovente omaggio di Giuseppe Tornatore, Ennio, dedicato al più grande compositore della storia del cinema Ennio Morricone.
Poi ci sono stati i grandi autori, capaci di spingere ancora più in là la propria idea artistica. Dopo otto anni è tornato David Cronenberg con il bel Crimes of the Future, sci-fi che inquadra un futuro distopico in cui la specie umana, per non perire, è costretta ad adattarsi alla distorsione che è diventata. Jane Campion ha vinto l’Oscar per la Migliore Regia con Il potere del cane, atipico western sugli effetti della mascolinità tossica e della repressione dei propri istinti naturali. Luca Guadagnino ha trionfato alla Mostra di Venezia (Miglior Regia e Miglior Attrice Esordiente) con l’affascinante Bones and All, tragica storia d’amore cannibale ambientata nell’America stigmatizzante di Ronald Reagan. Con Licorice Pizza, Paul Thomas Anderson ha viaggiato negli anni Settanta per dichiarare il suo amore ad un’intera epoca e al cinema in generale (fondamentali i due giovani e insospettabili protagonisti, Alana Haim e Cooper Alexander Hoffman). Ripartendo dall’espressionismo di Orson Welles, Joel Coen ha riportato sullo schermo la tragedia shakespeariana di Macbeth e si è avvalso di Francis McDormand e Denzel Washington per i protagonisti. Il vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes, Ruben Östlund, con Triangle of Sadness ha creato una divertente e sagace riflessione sugli effetti del potere nel mondo contemporaneo, con particolare riguardo alla parità tra i sessi e all’eterna lotta di classe.

In conclusione, i tre film che rappresentano il podio della mia lunga lista dei migliori film del 2022. Secondo i pronostici il folle Everything Everywhere All At Once farà incetta di premi e le ragioni sono veramente tante: sfruttando il proprio sconfinato amore per il cinema, i Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) hanno davvero realizzato il film definitivo sul multiverso, come recita la tagline sul poster, e hanno donato a Michelle Yeoh e Jonathan Ke Quan i ruoli di una vita. Il sensazionale Top Gun: Maverick non è solamente il film che ha riportato al cinema le persone e non è classificabile come una semplice operazione-nostalgia; a distanza di quasi quarant’anni dal Top Gun di Tony Scott, il ritorno di Pete “Maverick” Mitchell è l’occasione perfetta per Tom Cruise di ragionare su cosa voglia dire essere uomo nel mondo d’oggi e, di conseguenza, com’è mutato il suo ruolo nella storia del cinema (poi ovvio, registicamente parlando, Joseph Kosinski ha fatto l’impensabile).
Infine, con il remake del musical West Side Story, Steven Spielberg è andato alle radici della sua carriera (un vinile ascoltato col padre), per riportare al cinema una storia che continua (purtroppo) a parlare del presente: lo stile e la poetica del Maestro di Cincinnati sono così riconoscibili e pervasivi che sembra di assistere ad un film completamente nuovo. Ma se vogliamo allargare lo spettro d’indagine, West Side Story e Top Gun: Maverick rappresentano non solo una grande lezione sulle possibilità della reinterpretazione, ma anche la capacità dello stesso Cinema di auto-rigenerarsi in forme sempre nuove, pur magari partendo da basi note: quale metafora migliore per descrivere un anno post-pandemico in cui, contro ogni pessimistica previsione, la Settima Arte è tornata a risplendere sul grande schermo.
- West Side Story (Steven Spielberg)
- Top Gun: Maverick (Jospeh Kosinski)
- Everything Everywhere All At Once (I Daniels)
- Triangle of Sadness (Ruben Östlund)
- Parigi, 13Arr. (Jacques Audiard)
- Le Illusioni Perdute (Xavier Giannoli)
- Ennio (Giuseppe Tornatore)
- Macbeth (Joel Coen)
- Gli Orsi non esistono (Jafar Panahi)
- Licorice Pizza (Paul Thomas Anderson)
- Flee (Jonas Poher Rasmussen)
- Red Rocket (Sean Baker)
- Un Altro Mondo (Stephane Brizé)
- Moonage Daydream (Brett Morgen)
- Argentina, 1985 (Santiago Mitre)
- Bones and All (Luca Guadagnino)
- Il Potere del Cane (Jane Campion)
- Bros (Nicholas Stoller)
- Il piacere è tutto mio (Sophia Hyde)
- Crimes of the Future (David Cronenberg)
- Broker – Le Buone Stelle (Hirokazu Kore’eda)
- Athena (Romain Gavras)
- Blonde (Andrew Dominik)
- Nope (Jordan Peele)
- Red (Domee Shi)