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Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane
(Salmo 22, Antico Testamento)

A inizio marzo, nel periodo antecedente alla notte degli Oscar, l’attore californiano Sam Elliott ha commentato il pluripremiato film Netflix Il Potere del Cane diretto dalla regista Jane Campion. «Vogliamo parlare di questa stronzata? – dice durante l’intervista per il podcast WTF With Marc Maron – Nel film i cowboy indossano papillon e nient’altro. […] Corrono con i cappelli e senza pantaloni. Poi c’è una continua allusione all’omosessualità! Non c’è profondità! Campion è una grande regista ma cosa ne può mai sapere del vecchio West? Lei è della Nuova Zelanda…». La carriera di Elliott è legata fin dagli anni Settanta a ruoli da caratterista richiamanti l’iconografia western, come dimostra anche la piccola parte in A Star Is Born (Bradley Cooper, 2019) che gli è valsa inspiegabilmente una nomination come non-protagonista. A suo favore ha sempre giocato il cosiddetto physique du rôle, tra baffi pronunciati, sguardi torvi e cappelli infeltriti e impolverati; la logica seguita affonda le radici nella tipizzazione del cinema classico e quindi in una visione politica e socio-culturale rigida, semplicistica e ormai largamente superata. Molte cose potrebbero essere scritte in seguito alle parole di Elliott, ma basta porsi due domande per capire su cosa Campion abbia davvero poggiato lo sguardo ne Il Potere del Cane: cosa vuol dire essere “veri uomini” nella Hollywood contemporanea? Che cos’è, e a cosa serve, il western oggi?

Kodi Smit-McPhee. Still da “Il Potere del Cane” (2021). Regia: Jane Campion. Netflix

Titoli iniziali. La voce in fuori campo di Kodi Smit-Mcphee, nel ruolo del longilineo e timido studente di medicina Peter Gordon, si chiede: «che uomo sarei se non aiutassi mia madre, se non la salvassi?»; passeranno circa venti minuti prima che di quella voce si veda il volto. Esattamente come fu per Lezioni di Piano (1993), il capolavoro di Jane Campion di cui questo Il Potere del Cane sembra un “maschile” contro-campo, la voce del ragazzo è in realtà la voce dei suoi pensieri, dato che nel corso del film difficilmente esprimerà a parole ciò che pensa. E se la vedova muta interpretata da Holly Hunter si interrogava sul suo futuro nell’Ottocento neozelandese, e su quale ruolo (da donna) avrebbe potuto ricoprire una volta approdata in un matrimonio di convenienza, Peter riflette su cosa voglia dire essere un uomo in un mondo (Montana, anni Venti) che pensa al maschile solo come ad un fatto muscolare, violento e, in maniera paradossale (si pensi alla virilità nel senso più stereotipato), castrante. E questa ipotizzata specularità tra i due personaggi sembra il frutto di un dubbio realmente esistito: nello speciale di Netflix dedicato al film, la regista racconta le incertezze che ha avuto nel dirigere, in quanto donna etero, una storia scritta da un uomo omosessuale (il film è tratto dell’omonimo romanzo di Thomas Savage, 1967). Il risultato di tale riflessione è l’aver trovato la più semplice, e spesso dimenticata, chiave d’accesso: l’empatia. Così Campion ha potuto inscenare un classico gioco delle parti (sociali), raccontarne le modalità e gli effetti per poi scardinarne le impalcature più esigenti e, perciò, più soffocanti (da Ritratto di Signora del 1996 a Bright Star del 2009). Questo è il punto d’incontro tra le due esperienze di vita e qui entrano in scena gli altri personaggi che punteggiano la storia di Savage. 

Jesse Plemons, Kirsten Dunst. Still da “Il Potere del Cane” (2021). Regia: Jane Campion. Netflix

Peter attraversa il film con passo silenzioso e con lo sguardo apparentemente distratto, tanto da risultare chiaro che sia suo il “nascosto” punto di vista onnisciente (un vero e proprio deus ex machina) che regola l’intreccio de Il Potere del Cane; perciò rappresenta anche il nuovo che avanza (negli anni Venti l’età d’oro del West era finita da tempo), una figura mortifera destinata a portare la notte nella società al crepuscolo in cui è nato. Invece Phil Burbank, il mandriano-fabbricatore di pelli interpretato da un intenso, inquietante e irascibile Benedict Cumberbatch, è l’oggetto dello sguardo (prima impaurito, poi affascinato) di Peter ma, a sua volta, è anche un soggetto talmente forte da piegare lo spazio a proprio piacimento, diventando così il vero protagonista del film; lui che vive nel mito di Lewis & Clark, i primi pionieri che raggiunsero la costa ovest via terra (loro sì che erano «veri uomini»). Ma dopo che il volubile fratello di nome George (Jesse Plemons) sposa la malinconica locandiera Rose (Kirsten Dunst), madre vedova di Peter, arriva per Phil il momento della resa dei conti.

Inizialmente riesce a imporre la propria architettura mentale, gettando tutte le piccole esistenze che lo circondano in un torbido incubo che ha i tratti tipici della mascolinità tossica e performativa: George preferisce abbracciare una vita da omertoso ed evitare un confronto diretto con Phil (quante volte verrà appellato come «grassone stupido», quante volte non interverrà a favore della neo-sposa), Rose inizia a bere perchè non è la donna che gli altri vogliono che sia ed è una minaccia per il parente acquisito (le sequenze “di tortura” con il pianoforte sono esemplificative, in completa opposizione a Lezioni di Piano). Poi, confrontandosi con la consapevole fluidità di Peter, Phil assapora un’inedita libertà, rivela il passato nascosto e la natura omosessuale a lungo repressa, ma non riesce ad uscire dalle manie di controllo a cui è stato abituato; in questo conflitto interiore, nel propagarsi ininterrotto (data la citazione biblica del titolo, anche “archetipico”) della violenza patriarcale da padre a figlio/da maestro a allievo, si trova la tragedia classica di Phil Burbank, il seme della pietas che lo spettatore è guidato a provare.

Benedict Cumberbatch. Still da “Il Potere del Cane” (2021). Regia: Jane Campion. Netflix

Ma dove è collocato lo sguardo di Jane Campion, il motivo per cui le hanno assegnato l’Oscar per la Miglior Regia? Guardando all’intera filmografia della regista neozelandese, verrebbe più da dire che la statuetta sia una forma di riconoscimento “generico” più che specifico. Infatti all’interno de Il Potere del Cane è possibile ritrovare ciò che nel tempo l’hanno resa una regista di culto: la straordinaria capacità di rendere sensuale e sessuale anche il più piccolo dei gesti, di smuovere l’immaginazione dello spettatore suggerendo attraverso il semplice dettaglio la presenza di un’intenzione altra, di un intero universo emotivo pronto ad emergere nel bene o nel male. Solo che mentre nel pluricitato Lezioni di Piano l’erotismo passava attraverso il desiderio fisico tra la protagonista e l’avventuriero inglese di Harvey Keitel, in una danza di dita e piccoli tocchi (come su una tastiera di pianoforte), ne Il Potere del Cane il corteggiamento di natura sessuale è avvelenato dalle aspettative tossiche dei ruoli sociali e dal violento carattere dominante del protagonista; quindi possiamo avvicinarlo ai territori di quel discusso In The Cut del 2003, a quel rapporto carnefice/vittima che intercorre tra i personaggi di Meg Ryan e Mark Ruffalo.

Da notare infatti il modo in cui Campion poggia la macchina da presa sulle dita di Cumberbatch mentre stringono gli stralci di pelle da intrecciare (per farne delle fruste) o il modo in cui fa “risuonare” il cuoio di una sella quando viene afferrata; fino ad arrivare poi all’esplosione di senso con le sequenze di nudo ambientate al fiume (forse è qui che Sam Elliott ha storto il naso), palesemente reinterpretate secondo lo sguardo pieno di desiderio di Phil. Ma accanto a questo è impossibile non notare invece la spietatezza con cui il mandriano scuoia gli animali o quando a mani nude evira un toro, creando un’immediata metafora con la situazione sociale di tutti i protagonisti (il rispecchiamento nell’animale morto è una pratica cinematografica disturbante che ha origini nel caposaldo Sciopero di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1925).

Benedict Cumberbatch, Kodi Smit-McPhee. Still da “Il Potere del Cane” (2021). Regia: Jane Campion. Netflix

Ciò che probabilmente manca a Campion è l’ampio respiro della mitologia western, anche nelle sue forme reinterpretate più estreme. Non è di certo la prima autrice del cinema contemporaneo ad addentrarsi nel genere per smuoverne le fondamenta, basti pensare a I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee (2005), Non è un paese per vecchi (fratelli Coen, 2007) o alla recente coppia The Rider  – il sogno di un cowboy (2017) e Nomadland (2020) di Chloé Zhao. Alla base del cinema western c’è sempre il rapporto tra il personaggio (l’uomo) e il paesaggio (la natura), l’intrecciarsi e influenzarsi delle due realtà; sono le radici che da sempre incantano lo spettatore e che permettono al genere di replicarsi potenzialmente all’infinito.

Ne Il Potere del Cane si sente l’assenza di questa peculiare poesia, per quanto poi abbia cercato di ricrearne l’atmosfera con tocchi mirati di cinefilia (l’inizio fa pensare subito al Maestro John Ford) e il coinvolgimento di maestranze esperte (la bella colonna sonora di Jonny Greenwood). Ma forse non era nemmeno questo l’obbiettivo, essendo stata prodotta un’altra opera di innegabile importanza politica che descrive alla perfezione il cambiamento in atto nelle logiche hollywoodiane. E qui si ritorna all’inizio del film: Peter Gordon si chiede cosa voglia dire essere uomo o essere umano, Jane Campion riflette ancora una volta su cosa comporti vivere in una società che ti vuole in un certo modo e in nessun altro.

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