Recensioni

Il “triangolo della tristezza” è quello spazio tra sopracciglia e naso che veicola le emozioni di una persona, il luogo dove le rughe aumentano con il passare dell’età (salvo l’intervento della chirurgia estetica). È in questa dimensione corporale che si esprime Triangle of sadness di Ruben Östlund, un film satirico che punta tutto sull’esagerazione delle immagini. Due ore e venti di grande intrattenimento che sfruttano, tuttavia, metafore già viste. Non è bastato traslare il discorso dal mondo dei borghesi industriali a quello degli influencer per apportare nuova linfa al tema.
Con questo film, infatti, Östlund torna a fare quello che sa fare meglio: prendere in giro una categoria ben precisa. Lo aveva già fatto con The Square nel 2017, un dramedy sul mondo dell’arte che, come Triangle of sadness, ha conquistato la Palma D’Oro a Cannes. È chiaro che con questo film Östlund vuole arrivare al grande pubblico, sia perché è il suo primo film in lingua inglese, sia perché stavolta ha scelto di trattare temi universali. Talmente tanto che il regista svedese va a misurarsi con una tradizione ricca, storica, in cui il rischio di scivolare nei cliché è molto alto.
Triangle of sadness è diviso in tre capitoli (Carl e Yaya, Lo Yacht e L’Isola) più una parte introduttiva, in cui Östlund impone due elementi fondamentali del film: la lotta di classe e il corpo. Il protagonista, Carl, è in attesa di essere provinato assieme a tanti altri modelli, mentre un intervistatore li intrattiene con i temi più disparati (ad esempio, la disparità salariale tra modelli uomini e donne, a sfavore dei primi). Il corpo di Carl, così come quello degli altri modelli, è segnato da profonde contraddizioni, come il casting director ci ricorda: è giovane e bello ma inevitabilmente condannato alla decadenza, attraversato da una serie di significati socio-economici che si esprimono attraverso la moda. Sei povero ma ingenuo e contento? Allora sei un volto H&M. Sei ricco e misterioso? E Balenciaga sia.
La dimensione corporale si fa sempre più insistente e grottesca nel corso del film, e questo perché l’anima è un feticcio, una merce al servizio delle classi sociali in cui i personaggi sono inquadrati. Nel primo capitolo, Östlund comincia a tratteggiare la relazione tra Carl e Yaya, quest’ultima modella e influencer. Ad aprire la sequenza è una sfilata di moda, dove gli spettatori si muovono come marionette per lasciare posto in prima fila al vip arrivato all’ultimo minuto, gli abiti sfilano in passerella, mentre sullo sfondo appaiono slogan sulla scia della cultura woke. “Everyone’s equal”, urlano questi manifesti di orwelliana memoria. È il primo passo del regista verso l’esagerazione, quella un po’ kitsch, che vuole portare lo spettatore all’esasperazione totale. Si passa poi a una cena tra Carl e Yaya, che sfocia ben presto in un litigio a causa del conto della cena. Una sequenza lunga, che si trascina prima in taxi e poi in hotel, e che impone un altro tema sulla scena: quello dei rapporti tra i sessi e il concetto di virilità.
Si entra poi nel vivo della storia. Il secondo capitolo ci porta sullo yacht, dove per prima cosa vediamo gli impiegati della nave pronti a salpare, intenti a caricarsi con discorsi e urla di incitamento. Anche all’interno dei lavoratori c’è un microcosmo fatto di scale sociali, in cui i camerieri e quelli che lavorano a contatto con i clienti sono belli, magri, giovani, la maggior parte di loro rigorosamente bianchi, e quelli che fanno il lavoro più “sporco” sono messicani, thailandesi, africani, di mezza età, vivono nel fondo della nave dove ascoltano perplessi i salti elettrizzati degli operai di su. Un’architettura precisa che rende un distacco quasi imbarazzante, persino per lo spettatore. Conosciamo poi gli ospiti della nave, macchiette che sembrano uscite da un film di Roy Andersson. Corpi vecchi, scolpiti, grassi, magri, siliconati: seduti costantemente al tavolo, guidati da un capitano (Woody Harrelson) che si definisce marxista (ma è ricco e “possiede troppe cose”).
Durante una cena in sua presenza con gli ospiti dello yacht, il capitano, decisamente ubriaco, comincia una battaglia di slogan politici e frasi fatte con Dimitrij, il magnate russo anticomunista che vuole comprare la nave. Forse uno dei momenti più divertenti del film: i due cominciamo a cercare gli aforismi su Internet, e così Östlund tratteggia il distacco tra le ideologie e la sporca, bassa realtà. Tutti, sulla nave, sono definiti da un divario: Yaya posa per i social mentre mangia la pasta ma è intollerante al glutine, l’adorabile coppia di anziani commercia bombe a mano. Il film procede tutto così, per paradigmi, alcuni carini e divertenti, altri molto didascalici. Si passa poi al momento clou del film, una sequenza lunghissima, ma anche questa in grado di offrire momenti divertenti: il naufragio, il vomito ininterrotto degli ospiti, poi i prodotti delle defecazioni che risalgono dalle fogne e inondano la nave. L’associazione di questa dimensione corporale grottesca e disgustosa collegata alla ricchezza è uno degli stratagemmi più vetusti del cinema.
Già ne Il fantasma della libertà del 1974, il surrealista Luis Buñuel metteva i suoi ricchi commensali a cena direttamente su un water, ma l’esempio più politicamente impegnato ce lo offriva Pier Paolo Pasolini con Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove gli atti di coprofagia erano una traslazione sul piano filmico del concetto marxista di reificazione dell’uomo. In Triangle of sadness, l’inondazione di feci rappresenta soprattutto un momento di “purificazione”, perché è da questo momento che ha inizio il naufragio sull’isola e il capovolgimento dei ruoli. Non solo quelli di potere (la donna delle pulizia, Abigail, che per caso arriva sull’isola con la scialuppa e del cibo, prende il comando del gruppo sopravvissuto), ma anche quelli tra i sessi, venendosi a creare un vero e proprio matriarcato. Questo, un espediente narrativo già usato da Lina Wertmüller in Travolti da un insolito destino nell‘azzurro mare d’agosto, dove il sesso si instaura come canale di comunicazione e scambio tra due classi sociale distinte.
A questo punto, la storia prende delle pieghe piuttosto prevedibili. Una donna proletaria al potere si dimostra essere altrettanto crudele nei confronti dei suoi sottoposti, e questo perché anche stavolta c’è di mezzo un capitale (il cibo). Il problema è il capitalismo: non è instaurando un matriarcato che si risolve il problema, se prima non si stravolge il sistema. Si arriva poi in modo anticlimatico al finale aperto: Abigail e Yaya escono in avanscoperta e scoprono di essere sempre stati sull’isola privata di un residence, Yaya esulta e propone a Abigail un futuro come sua assistente, la donna afferra un sasso e si prepara a ucciderla. Carl, che ha capito troppo tardi cosa sta per succedere, corre nella speranza di arrivare in tempo: ce la farà? Non lo sapremo mai, perché il film è finito. Insomma, una conclusione dal sapore sanguinoso per dirci che il potere logora l’anima, ma un po’ pigra.
A salvare questo film è soprattutto il tono satirico. Senza le pennellate di umorismo qua e là, la sequenza dell’isola diventerebbe più insostenibile dei capitoli precedenti. Triangle of sadness è tutto sommato un’opera di grande intrattenimento, ma non all’altezza delle opere precedenti di Ruben Östlund.
Amazon
