Recensioni

Accompagnati dalla primaverile Hallelujah Junction: 1st Movement del compositore John Adams, nei titoli d’apertura di Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2017) vediamo una collezione di fotografie ritraenti alcune sculture di epoca classica, le stesse che nel corso della storia si riveleranno essere un simbolo di bellezza – in senso ampio – e di quelle pulsioni primordiali che emergono durante le complesse fasi dell’innamoramento. Infatti, verso la metà del film, un gruppo di archeologi, amici del cosmopolita professor Perlman (Michael Stuhlbarg), ritrovano nel Lago di Garda gli splendidi resti di una scultura greca ed è il momento esatto in cui il liceale Elio Perlman (Timothée Chalamet) e l’universitario Oliver (Armie Hammer) entrano finalmente in contatto e abbracciano la propria sessualità “altra”, avendo sotto gli occhi la prova fisica (e artistica) della loro attrazione; iconica l’inquadratura in cui si stringono la mano, “si toccano”, usando per gioco un braccio della scultura.

Metafora di un legame (o più) sono anche i titoli d’apertura di Bones and All, l’ultima opera di Guadagnino presentata alla 79° Mostra del Cinema di Venezia (Leone d’Argento per la Miglior Regia, Premio Mastroianni per la Miglior Attrice Esordiente). Mentre ascoltiamo la chitarra “rarefatta” di Trent Reznor & Atticus Ross – il brano si intitola I’m with you (A way out) – il film si apre su una serie di quadri (ancora l’Arte come veicolo di significati altri) che hanno per soggetto il tipico paesaggio del Midwest statunitense, con aride montagne sullo sfondo e praterie sterminate nel mezzo. Ma ciò che accomuna i dipinti non è tanto lo scorcio naturale, quanto la presenza in ognuno di antenne per la radiodiffusione/telediffusione, uno dei modi principali per tenere uniti i piccoli e sporadici centri urbani. E tutti i protagonisti di questo interessante teen drama-horror, solitari come quelle cittadine americane e come le note della sopracitata colonna sonora, sono alla ricerca di una connessione.
Al centro di Bones and All, il cui intreccio si basa sull’omonimo romanzo di Camille DeAngelis, ci sono proprio la solitudine e la conseguente inquietudine, ancor prima della drammatica (shakespeariana) storia d’amore tra i due giovani protagonisti. Ambientato negli anni Ottanta della presidenza Reagan, della crisi economica del Midwest e dei primi atti tragici dell’epidemia AIDS, il film prosegue quel discorso sulla scoperta e accettazione di sé che Luca Guadagnino porta avanti da tempo (l’orrendo Melissa P. è del 2005) e che ha raggiunto il suo massimo splendore stilistico e ideologico nella miniserie HBO/Sky We Are Who We Are (2020). Inoltre il fanta-horror, come accadeva nell’audace remake di Suspiria (2018), si fa di nuovo specchio di un periodo storico, della realtà che ci circonda, di esistenze vere e tangibili.

Quando il padre l’abbandona per disperazione, stanco di vivere da nomade e negli angoli bui del Paese, l’adolescente Mareen (Taylor Russell) è costretta a compiere un viaggio per gli Stati Uniti alla ricerca della madre e, soprattutto, di risposte: qual è l’origine della sua natura cannibale? Come fare a convivere con tale condanna? Durante il tragitto entra in contatto con alcuni dei suoi simili, i quali si riconoscono attraverso l’odore, e capisce di appartenere ad una vasta comunità di reietti, in lotta (o meno) con i propri istinti e regole morali. Tra questi ci sono il selvaggio Lee (Chalamet), un ragazzo irrequieto e “scarnificato” che sta palesemente scappando da sé stesso, e Sully (Mark Rylance), un bizzarro uomo di mezza età che parla in terza persona ed è disabituato alla compagnia.
Della lunga lista di registi non-statunitensi che hanno girato un road-movie, uno dei generi più caratteristici e abusati del cinema americano, il “nostro” Luca Guadagnino rientra tra quelli che sono riusciti ad apportare qualcosa di diverso, di personale, partendo comunque dai soliti schemi (per esempio la colonna sonora è un chiaro omaggio alle atmosfere di Gustavo Santaolalla). È noto infatti che il viaggio fisico è sempre metafora di un viaggio interiore e che il paesaggio brullo del Midwest condiziona i personaggi a tal punto da diventare una componente della loro personalità, per contrasto o per similitudine: basti vedere – giusto per citare un film recente – quanto combaci alla perfezione il volto scavato di Francis McDormand con lo spazio circostante nel premiatissimo Nomadland di Chloé Zhao (2020).
Quindi non stupisce che all’inizio del film troviamo Mareen impegnata nella lettura de Lo Hobbit di J. R. R. Tolkien (1937), un capolavoro della letteratura per quanto riguarda i viaggi inaspettati di chi, all’apparenza, non sembra minimamente portato ad intraprenderne uno. Così com’è logico che la vita da reietto abbia consumato aspetto ed emotività di Sully, un personaggio talmente inquietante da sembrare un’invenzione di Stephen King (diventato icona proprio negli anni Ottanta); Sully che, come suggerisce una sfuggente inquadratura su un tavolo, sta leggendo quel Gente di Dublino di James Joyce (1914) in cui si incornicia un’umanità immobile, disperata, insoddisfatta e disillusa («ogni legame è un legame di dolore», scrive lo scrittore irlandese nel racconto Un caso disperato).

Comunque in Bones and All la riflessione sul paesaggio non si ferma alla metafora spirituale, anzi. In un periodo come il decennio reaganiano, in cui il sospetto e lo stigma sono ancora così forti nella società americana, quello che inquadra la fotografia di Arseni Khachaturanci è un luogo spoglio, oscuro e oppressivo (in modo paradossale, vista la naturale apertura degli spazi) in cui gli emarginati si ritrovano costretti all’isolamento e, di conseguenza, a farsi guerra l’uno con l’altro perchè ineducati al senso comunitario, a tal punto da esserne perfino spaventati. Cosa che non si poteva dire per le streghe del meraviglioso Suspiria, le quali invece trovavano protezione nella congrega, lasciando il mondo (la Berlino del secondo Dopoguerra, del Muro) fuori dalla prestigiosa scuola di danza.
Ma esattamente come nel remake del capolavoro di Dario Argento, in Bones and All sono le zone d’ombra a permettere ai “mostri” di cibarsi senza che nessuno se ne accorga, senza creare grande scalpore da parte dell’opinione pubblica (gli inquietanti cameo di Michael Stuhlbarg e David Gordon Green sono lì a dimostrazione). Quindi l’irrequietezza e la tragedia di ogni personaggio risiede qui, nella consapevolezza di non poter fare a meno di ciò che li terrorizza e li tiene vincolati alla fuga e all’anonimato: cruciale e terrificante la sequenza in cui Lee sfrutta l’omosessualità nascosta di un ragazzo, padre di famiglia, per ucciderlo, in una dinamica simile a quello che si è visto nel doppio e kinghiano IT di Andy Muschietti (2019).

Allora l’unica via per accettarsi e liberarsi è fare appello ad un altro istinto primordiale, forse più potente della fame, ovvero la propensione a creare un legame con gli altri, ad entrare davvero in contatto con chi percepiamo come simile; «forse l’amore può salvarti», scrive in una lettera la “malata” madre della protagonista, interpretata da una Chloë Sevigny da brividi (praticamente un altro cameo). In mezzo ai dubbi e agli orrori, mascherati dal destino da partners-in-crime, Mareen e Lee si capiscono toccandosi e guardandosi costantemente negli occhi, alla ricerca di un paesaggio rassicurante che nel mondo esterno non riescono a trovare.
Entrando l’uno nell’altra, “cibandosi” l’una dell’altro, i due giovani protagonisti capiscono che loro stessi sono paesaggio, ed è nella geografia dei loro corpi, con quelle particolari voglie sulla guancia, che riconosciamo l’affascinante e romantica poetica di Luca Guadagnino, attento alla fisicità dei suoi personaggi dai tempi di Chiamami col tuo nome (con esplosione di senso e di secrezioni in We Are Who We Are). Per i due ragazzi viene naturale esprimersi per come sono, niente risulta artificiale, a differenza invece di Sully che, deturpato dalla solitudine, pur di creare dei legami porta con sé una treccia fatta dei capelli delle persone che ha mangiato (quindi di coloro che non esistono più, che non sono più reali).

Ancora una volta Luca Guadagnino si dimostra uno degli autori italiani (e ormai internazionali) più interessanti del panorama contemporaneo, uno di quelli per cui vale la pena continuare ad andare in sala, perché in grado di ammaliare e interrogare il pubblico con storie che – volenti o nolenti – lo riguardano in prima persona. A fare la differenza è sempre la particolarità dello sguardo, il modo affascinante con cui certe storie vengono rappresentate sul grande schermo. E questo sebbene Bones and All, il cui scheletro non differisce da altri teen drama a tinte horror, non abbia la carica dirompente delle opere del passato e appaia stazionato in una comoda zona intermedia che sfiora il romanticismo più profondo e permette solo un paio di sferzate veramente feroci e orrorifiche.
In a world that isn′t ours / In a place we shouldn’t be / For a minute / Just a minute / We made it feel like home / And I will haunt these hills forever / Without a reason to believe / When I can feel you beating inside of me / I have everything I need
(You made it feel like) Home
Trent Reznor & Atticus Ross
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