Recensioni

Tutto il mondo parlava di Everything Everywhere All at Once. Tutti, tranne noi. Arrivato incredibilmente in ritardo nelle sale italiane (per la precisione, sette mesi dopo l’uscita negli States), l’opera di Daniel Kwan e Daniel Scheinert (accreditati semplicemente come Daniels) è stata accolta all’estero fin da subito come un cult, e il segreto del suo successo è molto semplice: è meta cinema allo stato puro. E così tanto coinvolgente che è facile chiudere un occhio di fronte alla morale del film, che in fondo è banale e già vista (se siete dalla lacrima facile, potreste anche commuovervi).

Everything Everywhere All at Once è un caleidoscopio di eventi, al centro del quale ci sono Evelyn (Michelle Yeoh) e il marito Waymond (Jonathan Ke Quan), due coniugi la cui vita è costantemente segnata dalle avversità. Entrambi cino-americani, vivono della loro lavanderia a gettoni, che però rischia di chiudere per problemi con il fisco. Hanno una figlia, Joy (Stephanie Hsu), che si scopre lesbica e vorrebbe disperatamente essere accettata da suo nonno e da Evelyn. Inoltre, Waymond non riesce a dire a sua moglie che vorrebbe divorziare da lei. Messa così sembra un dramma familiare come un altro, ma un giorno la vita di Evelyn viene messa sotto sopra: mentre si trova di fronte alla sadica ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jamie Lee Curtis), intenzionata a pignorargli l’attività, la donna scopre l’esistenza di universi paralleli.

Il dualismo Cina-Stati Uniti segna tutto il film, a cominciare dalle dinamiche familiari dei personaggi fino alle ispirazioni cinematografiche che pervadono la pellicola, passando per la stessa coppia di registi (Scheinert viene dall’Alabama, Kwan ha origini cinesi). Il film, segnato da una progressione anti-climatica e dal mix di generi, ha infatti una grande costante: il trauma intergenerazionale di una famiglia di immigrati che continua a chiedersi «Cosa sarebbe successo se fossimo rimasti a casa? Perché mio padre mi ha lasciato andare così facilmente?» È sulla scia di questi what if che si creano gli universi alternativi, quelli che si compongono delle piccole scelte diverse fatte dai protagonisti. Ma soprattutto, c’è tanto cinema. C’è quello orientale con le numerose scene d’azione di kung fu o persino con i riferimenti meta cinematografici (Michelle Yeoh era una stuntwoman, proprio come la sua Evelyn in uno dei tanti universi alternativi: le immagini di repertorio dei red carpet sono tutte vere).

C’è In The Mood For Love nel mondo in cui Evelyn e Almond non sono rimasti assieme, non solo nei dialoghi ma persino nella regia stessa, come se dietro la cinepresa non ci fossero più i Daniels ma Wong Kar-wai stesso. Soprattutto c’è Matrix, che a sua volta mischiava sapientemente suggestioni di Occidente e Oriente. Evelyn ha accesso alle abilità sviluppate dalle altre copie di sé stessa compiendo un “salto”, Neo impara il kung fu con un “download”. Le loro coscienze viaggiano attraverso i mondi mentre i loro corpi non si spostano. Il confine tra cinema e realtà si assottiglia ulteriormente nel finto finale, quello a cui assiste la Evelyn stunt al cinema. Ci sono poi citazioni esplicite, come quella a Ratatouille (con un procione al posto del ratto). C’è, infine, la reference più immediata soprattutto per il pubblico più giovane, Rick e Morty, non solo per l’umorismo a tratti grottesco e surreale, ma soprattutto per il rapporto che lega Eveyn e Almond, molto simile a quello tra Beth e Jerry.

Il Jerry della serie animata è molto simile ad Almond perché entrambi si aggrappano, forse ingenuamente, alla convinzione che la gentilezza e l’amore siano gli unici antidoti al caos dell’universo. Di fronte all’immensità mostruosa che c’è nel cosmo, abbiamo solo due possibilità: o lasciarci risucchiare da un bagel gigante e non provare più niente, o essere gentili gli uni con gli altri e accettare quello che questo universo ci offre. Il film arriva a questa conclusione che, ripetiamo, non è nulla di rivoluzionario, evitando comunque l’effetto polpettone sentimentale. Un risultato possibile solo grazie al modo in cui i Daniels incastrano le citazioni su descritte, centellinando i dialoghi significativi tra una scena d’azione e un cambio d’abito della terribile Jobu Tupaki.

Everything Everywhere All at Once merita sicuramente un posto nella top 10 dei film del 2022. Se i Daniels ci avevano già abituato alla loro predilezione per l’assurdo con Swiss Army Man, stavolta fanno il salto di qualità non tanto in termini di originalità, quanto di capacità di arrivare a un pubblico più ampio.

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