Recensioni

Moonage Daydream è uno dei migliori tributi all’artista e uomo David Bowie. Un omaggio sincero e personale da parte di un fan che ha deciso di utilizzare le proprie capacità e il proprio mestiere per creare qualcosa di originale e nuovo. Il regista Brett Morgen, attingendo agli archivi ufficiali, ha realizzato un pastiche visuale e sonoro di enorme fascino e intensità. L’opera trasmessa nei cinema di tutto il mondo (definirlo ‘documentario’ sarebbe impreciso e fuorviante) ha comunque potenzialmente alcuni difetti che quantomeno alla prima visione passano in secondo piano.
Il racconto cinematografico sembra ispirarsi alle composizioni liriche dello stesso Bowie: un vero e proprio cut up non solo di immagini, filmati, interviste, spettacoli televisivi, esibizioni live, film, videoclip, cortometraggi… tutto molto frammentato, tagliato, estrapolato, decontestualizzato. Anche una nebulosa musicale di molti suoi brani (alcuni famosissimi, altri meno scontati), che per l’occasione sono stati ripuliti e mixati ex novo, oppure sovrapposti, modificati, mescolati e a volte fusi tra loro. La scelta del regista sembra vincente ma è soprattutto l’unica percorribile per tentare di descrivere e raccontare un universo così ricco e complesso. Il tutto è inserito in un arco narrativo che, pur procedendo attraverso numerosi flashback e flashforward, tratteggia le principali tappe artistiche del Nostro: Ziggy e l’oltraggioso periodo glam, il grottesco Diamond Dogs, la luciferina Los Angeles e il baratro delle droghe pesanti, l’algida e sperimentale parentesi berlinese, fino a Scary Monsters. Quindi la sbornia pop di Let’s Dance e la rinascita durante gli anni ’90, per poi arrivare al ritorno discografico dopo il silenzio mediatico.
Un cerchio che musicalmente si apre e chiude con Hallo Spaceboy (nell’incipit la versione remix con i Pet Shop Boys, in conclusione quella industrial proveniente da 1.Outside). Le scelte a volte possono sembrare arbitrarie ma non possono che essere sottese ad una intenzione volutamente non onnicomprensiva. Certo le possibilità di ulteriori proposizioni erano molteplici (personalmente ci sarebbe piaciuto vedere di più da Station to Station, Scary Monsters o Heathen) ma il livello qualitativo è comunque alto e spettacolare, con pochi cali e diversi apici. Se il terzo apocrifo episodio musicale dedicato a Major Tom è l’unico ad avere l’onore di essere proposto per intero ben due volte, altri brani scritti nella seconda parte della carriera compaiono generosamente ma solo in brevissimi estratti, con funzione soprattutto di raccordo sonoro.
A farla da padrone sono invece tante canzoni degli anni ‘70 (la soundtrack completa è già disponibile in streaming e verrà pubblicata su supporto fisico il prossimo novembre). Nel mentre c’è tempo e attenzione da dedicare anche al Bowie attore, pittore e pensatore. Poche le parole spese nei confronti dei collaboratori, ma fondamentali quelle dedicate a Brian Eno e umanamente intense quelle in favore del fratellastro Terry e della seconda moglie Iman (Angie deve accontentarsi di qualche – peraltro bellissima – istantanea di Terry O’Neill). Molto ben tratteggiate invece le intenzioni che lo portarono da artista talentuoso – ma fondamentalmente di nicchia – a rockstar idolatrata dalle grandi masse.
È una vera gioia per gli occhi e per le orecchie il segmento estratto dall’esibizione di Ziggy all’Hammersmith Odeon (originariamente diretto da D.A. Pennbaker nel 1973), impreziosito dall’inedita esibizione (almeno ufficialmente) del chitarrista Jeff Beck in rinforzo agli Spiders sulle note di Jean Geanie/Love Me Do. Quasi scontata invece, ma necessaria, la scelta di estrapolare alcuni frammenti dal documentario Cracked Actor di Alan Yentob. Sono due però i documenti visivi ai quali Morgen – un po’ furbescamente – ricorre in modo costante. Il primo è l’imprescindibile The Man Who Fell To Earth di Nicolas Roeg: gemma della filmografia bowiana il cui protagonista fu perfetto alter-ego, con il quale continuò a identificarsi per anni non solo sulle copertine dei propri dischi, ma anche nell’inconscio dei suoi fan. Il secondo è qualcosa che invece era finito più o meno nel dimenticatoio, oppure superficialmente accantonato sugli scaffali impolverati delle VHS (ma naturalmente disponibile già da tempo su Youtube), ovvero Ricochet.
Le parti più interessanti del documentario del 1984, appendice audiovisiva partorita in seguito al successo di Let’s Dance, funge da vera e propria cornice visiva e meta-narrativa. È proprio su quel filmato ambientato nelle megalopoli di Hong Kong e Bangkok che spesso si innesta l’impressionante assemblaggio della voce di David Robert Jones, proveniente da diversissime interviste nel corso di tutta la sua lunga carriera. 2 ore e 18 minuti in cui la voce narrante percorre un incredibile viaggio che ci immerge dentro i suoi interessi, la discografia, l’arte e il pensiero. E ancora estrapolazioni dall’EPK di Reality, le ospitate nei salotti televisivi, le immagini in bassa definizione di performance rare e preziose.
Chi era alla ricerca soprattutto di materiale inedito potrebbe rimanere inizialmente deluso, eppure Morgen si gioca molto bene quel poco che probabilmente gli è stato concesso (c’è da scommettere che qualcuno alla fonte gli abbia imposto di centellinare il più possibile). Uno dei primi frammenti che ad esempio ci ha inchiodato letteralmente alla poltrona è una performance gestuale a suo tempo solo accennata nel videoclip di The Hearth’s Filthy Lesson. Curiosamente è l’unico episodio non sovrapposto a musica prodotta da Bowie. Qui infatti l’accompagnamento sonoro è The Light, una composizione originale di Philip Glass (presente anche più avanti nel minutaggio con il suo splendido adattamento sinfonico da ‘Heroes’) che enfatizza l’intensa e incredibile gestualità di David (movenze provenienti da un altro mondo, verrebbe da dire). Altri superbi dentro-e-fuori-scena dai videoclip degli anni ’90 (Miracle Goodnight, Jump They Say, Fame ’90) ricorrono di tanto in tanto, come materiale altamente evocativo e particolarmente suggestivo. È però doveroso citare un assaggio dell’inedita performance dal concerto all’Earl’s Court di Londra, filmata da David Hemmings durante l’Isolar Tour II del 1978. Forse un vero e proprio buon auspicio per una futura (e agognata) release: uno dei tanti esempi dove la pulizia delle immagini è all’altezza dell’impeccabile suono.
Naturalmente tutto potenziato e ingigantito per chi ha avuto la possibilità di fruire Moonage Daydream in sala IMAX. Interessante la presenza di alcuni estratti piuttosto rari per il pubblico internazionale ma non per quello italiano, ad esempio stralci di interviste effettuate da Red Ronnie o segmenti del programma Odeon, girato a Roma nel 1977 da Rai 2. Forse la vera sorpresa sono però i brevi segmenti dai filmini homemade che Bowie diresse intorno al 1974, veri e propri storyboard in video per il progetto abortito di 1984. L’apporto di diversi montatori garantisce una grande diversificazione (e una costantemente frammentata resa) delle immagini, sempre in modo avvincente e quasi sempre convincente. Un continuo arricchimento con clip provenienti da altre opere filmiche: lungometraggi, video musicali, trasmissioni tv, serie televisive, documentari, cortometraggi… ispirazioni oppure semplice materia audiovisiva intrinsecamente significante e afferente. Si passa da Metropolis di Fritz Lang a Un Chien Andalou di Luis Buñuel, Clockwork Orange e 2001: A Space Odyssey di Stanley Kubrick, ma anche Nosferatu di Friedrich Murnau, Scorpio Rising di Kenneth Anger e molto, molto altro ancora. Un vero flusso di coscienza in video.
Moonage Daydream risulta essere una esperienza ragguardevole dentro la carriera caleidoscopica di David Bowie, ideale per chi lo conosce superficialmente e vuole approfondire, imperdibile per chi lo apprezza a fondo e non ne ha mai abbastanza. Chi ha mosso obiezioni sulle scelte operate dal regista potrebbe non aver tenuto ben conto della vastità del materiale o al taglio, indirizzato ad un pubblico più ampio possibile. Tuttavia se vogliamo muovere una critica “da europei” poco avvezzi alla spettacolarità stellestrisce e alla sua filosofia spicciola, ci sentiamo di collocarlo sul picco delle montagne russe delle immagini (vorticose, spesso accompagnate da spari, fuochi artificiali, tonfi, flash, esplosioni). La condensazione di tutta la mediateca del ‘900 è sicuramente un collante funzionale e strumentale allo show ma viene il dubbio che talvolta ne giustifichi pretestuosamente la profondità. Bowie diventa medium della propria stessa arte in questo sogno lunare ad occhi aperti, un corto-circuito nei confronti di un artista che era stato avido lettore e solo parzialmente consumatore, colui che era “afraid of americans” e con buone ragioni che sono anche le nostre.
Se da una parte un polso più fermo e selettivo sulla narrazione avrebbe messo ordine nei flussi di immagini e parole introducendo scarti di senso, mistero e vertigine basata sui vuoti (non certo sui pieni), è anche vero che d’altro canto l’impostazione da patchwork, il muoversi caotico e rapsodico come un rabdomante ubriaco sul corpus bowiano, vuole comunicare un eccesso inesplorabile con la cassetta degli attrezzi del cinema, della TV, di un qualsiasi schermo in generale. Sembra un caleidoscopio che esplode da dentro e si ricompone per poi deflagrare nuovamente, ancora e ancora. E il buio cosmico sta a guardare, col suo mistero da stella nera.
L’esperienza si conclude nel riverbero del mantra di Memory of a free festival part 2, mentre in sottofondo rumoreggia la locomotiva di Station to Station; sul grande schermo, invece, lo scrosciare degli applausi durante l’ebrezza dei concerti dal vivo e alcuni frame da Blackstar: il cadavere dell’astronauta Tom su un pianeta lontano, il ballo-sabba di alcune donne che in cerchio compiono qualche misterioso rito con al centro il teschio ingioiellato… e intanto continuano le funeree elucubrazioni di Bowie su morte, rinascita, redenzione e spiritualità.
Decisamente troppo per una sola visione. Durante i titoli di coda vengono proposti due evergreen intoccabili e per questo lasciati immutati, Starman e Changes. Infine un bonus audio post-credit nel quale Bowie si rivolge agli spettatori con un intervento assolutamente comico, tanto per ricordare come egli non fosse solo un artista geniale, ma anche un grande mattacchione.
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