Recensioni

8.5

A tre anni dal precedente Noi, Jordan Peele torna con quello che è in tutto e per tutto un blockbuster, con il quale però estendere una poetica d’autore che non rinuncerà mai alla critica socio-politica e all’analisi culturale di un paese intero, delle sue radici più profonde, del racconto della sua storia arbitrariamente filtrato dall’occhio di chi osserva e manipola il racconto. In Nope, il regista newyorkese espande la propria ambizione e stratifica il messaggio politico coadiuvandolo con una forma di spettacolo che rimanda inevitabilmente alle origini del blockbuster hollywoodiano, a quel Lo squalo con cui Steven Spielberg “distrusse” (inconsapevolmente) l’idea di New Hollywood fino a quel momento imperante (con l’aiuto dell’amico George Lucas e delle sue guerre stellari) virando verso una forma di intrattenimento spettacolare e più alla portata di uno sguardo infantile (ne saranno prova i successivi E.T. l’extra-terrestre, I Goonies e i vari Indiana Jones).

Non che Nope non sia spileberghiano fino al midollo: del regista di Cincinnati, Peele recupera ovviamente il gusto per narrazione e spettacolarità, con quel sapiente uso di una tensione costantemente fuori campo e lontana dallo sguardo dello spettatore. Un film che però è anche profondamente teorico e adulto e che prosegue quel discorso già intrapreso dai precedenti Scappa – Get Out e – come detto – Noi. Il tema della appropriazione culturale – specialmente quella afroamericana – è ben amalgamato a un discorso che coinvolge direttamente la storia del cinema stesso: nella finzione narrativa, infatti, i protagonisti Otis e la sorella Emerald sarebbero i pronipoti del fantino che compare in The Horse in Motion, uno dei primissimi esperimenti fotografici che rappresenta di fatto l’alba del mezzo cinematografico. Fondendo di fatto western e fantascienza, un terreno ibrido spinosissimo e irto di difficoltà, Peele osa moltissimo, probabilmente più di qualunque altro collega attualmente in attività, per ribadire il suo monito sulla rappresentazione e sullo sguardo cinematografico che da sempre accosta lo stereotipo del bianco virile a un genere, il western appunto, che invece pare esser stato inaugurato proprio da quel fantino di colore dimenticato.

E questo è solo il primo dei due macro-spunti che Peele sceglie di mettere in campo. Nope è una dissertazione profondamente teorica e spettacolare sul mondo del cinema e sul senso di archiviazione delle immagini, sul modo di guardare che negli anni sta diventando sempre più patologico e macabro, sul senso di spettacolarizzazione propinato dallo show business, dal mondo dello spettacolo (i non pochi riferimenti a Oprah e i segmenti flashback sulla serie televisiva Gordy’s Home rimandano esplicitamente a ciò che veramente accadde a Charla Nash, sfigurata dallo scimpanzé Travis e subito oggetto del voyeurismo mediatico sensazionalistico della popolare conduttrice americana). Non è un caso quindi che il modo che Otis trova per salvarsi dalla furia omicida aliena (essere che pesca a piene mani dall’immaginario fantascientifico americano anni Cinquanta, si pensi a Ed Wood) sia il semplice atto di distogliere lo sguardo, abbassarlo e allontanarlo dalla malsana curiosità che lo ucciderebbe sicuramente (morire per un selfie oggi è pura attualità).

Volendo, si potrebbe aprire anche un terzo filone interpretativo che vede Peele porre l’accento sulle stesse tipologie di rappresentazione della realtà: dai social network alle telecamere digitali, passando per l’analogico e l’uso della pellicola, la quale si rivelerà fondamentale per la “cattura” dell’essere. Probabilmente il miglior risultato raggiunto in carriera finora da Peele, Nope si fa forte di personaggi moralmente ben strutturati ma discutibili (Em fa di tutto per convincere il fratello a montare un caso su quanto sta avvenendo con il solo scopo di farsi invitare da Oprah e raggiungere la notorietà) servendosi di una fantascienza d’altri tempi (à la Twilight Zone) e di un western dimenticato (con l’Otis a cavallo eroe contemporaneo che rimanda al Sidney Poitier di Non predicare… spara!). Non resta che attendere con trepidazione l’opera quarta di uno dei registi più interessanti del cinema contemporaneo.

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