John Cale
John Cale, foto di Marlene Marino (2023)

Ascoltare con cura. Migliori album 2023, scelte e riflessioni di Beatrice Pagni

Non so come si diventi un ascoltatore esperto, non so nemmeno se abbia senso volersi considerare tale ma avendo a che fare molto spesso con diverse realtà sonore – dai concerti ai dischi dalle guide all’ascolto alla letteratura musicale – credo di riuscire a valutare con accettabile margine di errore l’oggettiva qualità di un racconto in musica. Sempre ammesso che possa esistere l’oggettività nella qualità di un prodotto artistico. Non sarebbe forse più importante, sensato e prezioso chiedersi se un disco abbia la capacità di creare attorno a sé un piccolo sistema gravitazionale in cui tutti i corpi visibili e invisibili dell’universo emotivo e immaginifico dell’ascoltatore riescono per puro miracolo a orbitare con un’armonia perfetta e senza interruzioni, generando una microscopica capsula di eternità? Io credo di sì, come credo di non essere in grado, ancora oggi, dopo molti anni, di sintetizzare in poche righe e con semplici parole un anno di uscite discografiche. Lo è ancor meno, per me, se l’anno in questione ha mostrato per l’ennesima volta una faccia orrenda dal punto di vista dell’umanità, del senso di controllo, dell’incapacità di appellarsi alla fantasia. Un anno di guerre, bombe, missili, morti, feriti, disastri, crepe e tempi bui.

Mi è capitato spesso, in questo 2023, di immaginare parole per raccontare il mondo dei dischi, o anche solo per spiegarlo meglio a me stessa ogni volta che rischiavo di rimanerne fuori, ogni volta che mi sono sentita in colpa per l’attenzione che ponevo al prodotto artistico mentre là fuori, i miei coetanei venivano ammazzati sotto i colpi della guerra. E so che è così ogni anno, che ogni stagione ha una propria maledizione, che ogni inverno piange un popolo e festeggia il suo nemico, ma quest’anno mi è sembrato ancora più difficile non fermare la musica. Ricordo lucidamente la mattina d’ottobre in cui incrociai le prime notizie da Gaza, i primi articoli della stampa italiana, e poi la voce che si alzava da Radio Alhara, la stazione web comunitaria nata tra Betlemme e Ramallah nel 2020. Seguo Radio Alhara da parecchio tempo ma con il mese di ottobre è iniziato per me una sorta di rito ossessivo: la sola cosa che dovevo controllare la mattina prima di andare a lavoro erano le notizie (leggasi storie e post Instagram) del profilo di Radio Alhara. Ho scoperto così storie, poesie, canzoni e artisti che oltre a supportare la causa palestinese, raccontavano la propria realtà.

Learning Palestine ad esempio è un mixtape di circa dodici ore che è andato in onda in simultanea su varie stazioni radio fra cui la nostra Radio Raheem. Era il 14 ottobre, il conflitto armato era in atto da una settimana precisa. Tre giorni dopo apprendo, sempre da Radio Alhara, di uno sciopero, di una chiamata al silenzio rivolto a tutti i musicisti del mondo. “Comprendiamo che la musica è essenziale per riflettere e piangere, ma è urgente un silenzio che dia spazio alle voci palestinesi per risuonare. Molti nelle nostre comunità parlano del potere e della forza della musica per guarire, ma dobbiamo riconoscere che c’è una distinzione tra ciò che rispetta e onora, e un silenzio che uccide”, recita una nota scritta nero su bianco in un post IG e da lì milioni di domande. Gli scioperi sono continuati, molti concerti sono stati cancellati e altri appelli hanno sembrato interrogare un sistema: le donne e gli uomini di Radio Alhara hanno chiesto di riconfigurare i ruoli all’interno dello spazio culturale, per allinearsi con la propria comunità di fronte alla complicità istituzionale con la violenza e l’oppressione.

La musica se ne è andata per un po’ ma poi è tornata perché è quella la natura del suono, far parte delle nostre vite, adattarsi, plasmarsi ma non spegnersi mai. Forse per la prima volta in vita mia mi sono seriamente chiesta se non fosse più umano – non dico giusto ma rispettoso – rimettere i vinili dentro alle copertine, staccare gli spinotti, le casse, gli ampli e lasciare che un oceano di silenzio risucchiasse tutto. Ma ho capito che in quel modo saremo morti anche noi, senza più speranza, senza più fantasia, privati dell’ultimo farmaco contro il dolore e la bruttezza, contro la disumanizzazione che la nostra società sta vivendo. Sono grata a Radio Alhara, per aver fornito una piattaforma che trascende le effimere informazioni dei social media, rendendo possibile affrontare in uno show radiofonico emozioni talvolta impossibili da esprimere. La protesta sonora ha dunque vinto sul silenzio anche nei miei giorni e quello che ne è uscito assomiglia sempre più alla mia visione del mondo che si lascia definire anche dalla musica che ascolto, e da quella che lascio ad altri. I miei dischi dell’anno non sono altro che settimane, giorni belli e brutti, gli stessi in cui le canzoni vengono scoperte, ascoltate, cantate: è solo il modo in cui filtro ed elaboro un po’ il mio mondo, il modo in cui definisco me stessa. Eccoli qua.

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Confesso. Non riesco più a formare una gerarchia tra le mie scelte, non per vigliaccheria, i dischi di certo non se la prendono come le persone, ma esiste semplicemente una grande tribù sonora accomunata dalla bellezza, dalla qualità, dalla profondità, dalla gioia e dal dolore che non merita medaglie e podi. Per l’ennesimo anno la mia classifica è solo una raccolta di racconti brevi che spero possa accompagnare anche voi verso un nuovo inizio.

Premetto. Ho ascoltato dischi alimentando una ricerca caotica e molto irrazionale, un accordo mi incuriosisce e finisco per conoscere l’intera discografia di un artista. Non seguo troppo le mode, odio l’hype, i wrapped di fine anno come fossero certificati di laurea da appendere al muro dello studio, evito ciò che mi propone Spotify, preferisco i consigli di colleghi e amici, benedico sempre le perle nascoste scovate su YouTube. Alla fine decido di salvare per me una trentina di dischi, forse qualcuno in più, penso a loro come mesi di vita, ore trascorse con la pioggia incessante, o sotto il sole agostano, con la febbre o in giro per città sconosciute.

L’anno sta volgendo al termine ma non ho ancora ben chiaro il motivo per cui si sia parlato così poco di Mercy, l’ultimo immenso straordinario lavoro di John Cale. Forse è il disco che ho ascoltato per più tempo, a cui sono tornata più volte e ogni volta mi sono commossa per dettagli che scoprivo con l’ultima sessione di ascolto. Una conoscenza in continuo movimento, un blocco note sempre più ricco: l’approfondimento è divenuto così un nuovo strumento per legare i proprio ricordi alle note, in una presente nostalgia che porta i dodici brani di questa odissea poetica a farsi presto diapositive del futuro. Non riesco a contenere la gioia e il senso di pienezza che mi provoca ascoltare di nuovo la voce di Cale che racconta il mondo, le sue storture, i suoi equilibri bizantini. Un lavoro che nella sua natura diabolica e sinuosa sembra quasi santificare anche tutti i precedenti viaggi di Cale, le sue voci stratificate che si intrecciano dentro e fuori, inebriando l’ascoltatore in una nuvola di mistero. Grazie a Cale, alla sua voce che è una spedizione verso l’ignoto, capisco che non è sempre obbligatorio spiegarsi e spiegare agli altri perché avviene questa magia. Accade, e tanto basta. Ma era doveroso iniziassi da qui, dai giganti a cui render grazie perché non ci conoscono affatto eppure con la loro opera sono ormai in grado di disegnare i contorni della nostra esistenza. Mercy è senza ombra di dubbio un disco che richiede un impegno, una cura nell’ascolto, qualcosa di sempre più raro in un panorama in cui troppo spesso non solo l’ascoltatore si accontenta di pochi secondi per decretare la (buona) qualità di un album ma anche i musicisti paiono non essere interessati a mettere il proprio pubblico sotto studio. Non si tratta di radicalità o snobismo quanto piuttosto di una ritrovata sensibilità all’ascolto, per noi stessi, per il bene che diciamo di volere ai dischi, per la loro memoria, per il loro futuro se mai ne avranno uno nella vita di altri. Il gallese – che ha studiato con John Cage e Aaron Copland, che ha scoperto la potenza della drone music grazie a La Monte Young e Tony Conrad – ci ricorda che dinanzi a un disco siamo piccoli, spesso impreparati, sia emotivamente che tecnicamente, ma non per questo dobbiamo averne timore; ogni ascolto è una sfida, ogni nuova creazione è una risposta al presente. Cale ne consegna la prova collaborando con un cast di giovani artisti d’avanguardia, da Weyes Blood, ai provocatori punk Fat White Family fino ai sognatori art-rock Animal Collective che non suonano come semplici ospiti ma veri e propri partner concettuali e creativi. Ascoltare con cura, sembra suggerirci Cale, sempre, ovunque. Il monito o meglio l’unico principio da seguire con cui si può affrontare questa non-classifica, una promessa, un atto di fede sonora. 

L’inizio dell’anno ha portato dentro le mie Marshall Major IV anche Blowout, il disco più avventuroso di John Carroll Kirby nonché il più accessibile, grazie ad arrangiamenti alla moda, composizioni fantasiose e una musicalità mirata ed esperta. Una miscela di strumenti evocativi capace di creare un’atmosfera vibrante in mezzo a fiati, percussioni e sintetizzatori succosi. Una sensazione di appagamento che sembra investire anche le dodici tracce di Norm, il nuovo lavoro di Andy Shauf: ballate che hanno il calore del soul di metà anni ’70 e la diretta semplicità di un certo indie perduto, come immagino un caffè al banco tra i Carpenters e Peter Bjorn and John. Ritrovo la narrazione contemplativa di un talento come Shauf nel sorprendente Portrait of a dog di Jonah Yano, già al lavoro con i BadBadNotGood: voci sublimi e testi sinceri per un album vocal jazz figlio di uno spleen figlio del suo tempo. Figli di questo tempo non sono invece gli svedesi Dina Ögon che in questo secondo disco offrono una magia stilistica sotto forma di archi, nuvole di hip-hop, jazz, bossa nova e R’n’B, che alla fine si dissolvono in perle folk-rock come una pioggia gentile. Siamo di fronte al migliore soul-pop moderno che si concentra sul futuro ma che in termini di suono e stile ritrova se stesso nello specchietto retrovisore del passato.

Marzo, mese dei pazzi, ha visto due importanti ritorni: Eddie Chacon, artista dispari, giocoliere di groove estasiato e funk stordito che in Sundown fonde una sorta di interpretazione californiana della jazz fusion con legni, ottoni e campionamenti elettronici, per un risultato superbo. Anche Lonnie Holley col suo Oh Me, Oh My ridona calore alla terra con la sua voce che è argilla densa, un blues come lo avrebbe cantato Walt Whitman.

La berlinese Habibi Funk torna a donare gioie e ristampa nove brani della storica band libica The Free Music, fondata alla fine degli anni Sessanta da Najib Alhoush, che introdusse nel paese la soul music, la disco e il reggae. La raccolta dal titolo significativo Free Music Part I raccoglie brani di due album della band usciti nel 1976: qui si intraprendono viaggi cosmici, lasciando che il boogie si sciolga in linee di basso sinuose insieme a fiati lancinanti e organi a cascata. È un entusiasmante trovarsi immersi in questa ibrida discoteca di suoni, uno strambo oggetto che arriva dal passato per il nostro prossimo futuro.

La primavera è stata ricca di ottime uscite: da Kara Jacksonun disco anomalo, spezzettato, un’opera di poesia beat e folk contemporaneo che gratifica per la sua natura rilassata, un disco che ti lascia prender fiato mentre tutti attorno corrono senza sosta – al ritorno felicissimo di Jonathan Bree – senza dubbio il disco più infettivo della stagione, Pre-Code Hollywood permette al pop dark un nebuloso incontro con la disco più gotica e vagamente sadcore, una simmetria sonora coreografata che utilizza una palette di melodie cinematiche, quasi sci-fi capaci di bilanciare la trance vorticosa che si crea nei suoi testi fino agli Oracle Sisters che con Hydranism dipingono un panorama sonoro che incorpora raggi di psichedelia, folk rock e jazz melodico, un debutto luminoso immerso in languidi riff di chitarra à la Fleetwood Mac e una sezione ritmica trascinante.

In fatto di ritorni, quello di Daniel Blumberg consegna un’opera complessa, ostica e perturbante: GUT tra espirazione dalla malattia intestinale che lo ha afflitto negli ultimi anni, ma c’è molto (molto) di più in questi brani che di un semplice riflesso della salute fisica. Le sei canzoni interconnesse tra loro sono un’esplorazione del rapporto tra il corpo e l’anima attraverso ballate ponderate e strazianti che catturano l’essenza del dolore, della frustrazione e della fatica. Una suite inflessibilmente cruda e personale che comprende una straordinaria interpretazione vocale e una tavolozza non convenzionale di basso armonico, basso Steinberger, synth e batteria elettronica. GUT riesce a ri-disegnare un corpo spogliato, martoriato e ricostruito; è l’interpretazioni più alta, straziante e bella del dolore trasformato in ballate fatte di tendini e ossa.

In estate la sensazione è che si soffra meno ma forse è solo apparenza. Tra giugno e luglio sono uscite storie sonoro molto belle. Ho voluto molto bene al disco di Alice Phoebe Lou, la cui vulnerabilità e introspezione plana su un dolce soft-rock sostenuto da una scrittura intuitiva ed emozionale. Ho voluto bene anche all’esordio solista di Grian Chatten: Chaos for the fly è quello che si dice un instant classic, con la sua dose abbagliante di splendore malinconico che rafforza la posizione del leader dei Fontaines D.C. come uno dei migliori cantautori di oggi. È una semplicità dritta, catartica, superba quella che gravita attorno alle canzoni del disco, in cui la ricca strumentazione chamber-folk coinvolge con vigore e sincera commozione. E poi fra le immagini dell’anno che ricorderò con più commozione ci sono proprio quelle del video di All of the people, serenata sulla solitudine che Chatten scandisce con la fragilità randagia di chi conosce ciò che canta.

E come non pensare ai lavori di due musicisti meno conosciuti come Baxter Dury – in equilibrio tra commedia e dramma con un sound ispirato all’R&B e all’hip-hop – e Charif Megarbane che grazie, ancora una volta, ai ragazzi di Habibi Funk distilla caleidoscopiche influenze, pur mantenendo un’analogica spontaneità DIY.

Due veri outisders come Jay-Jay Johanson e Youth Lagoon hanno pubblicato lavori che costituiscono il DNA della loro musica, in entrambi i casi con la visione malinconica ed aerea di chi ha imparato a distaccarsi dal dolore dopo esserne stato travolto. La leggenda svedese Jay-Jay Johanson ritorna con Fetish, il suo quattordicesimo album solista, la cui fusione di generi come lounge, jazz e musica dance offre a questi dieci brani uno stile quasi mixtape, per un disco che è un ritorno alle origini. Dall’altro lato Youth Lagoon mostra un’evidente evoluzione a livello di songwriting, dirigendo la forma canzone verso un concentrato e sincero dinamismo, poggiato su chitarroni lap steel e drum machine.

La sorpresa mista a stupore nel ritrovare due colossi come i Blur e ANOHNI alle prese con lavori lucidi, commoventi e bellissimi permette di godere a pieno di due dei dischi più a fuoco dell’anno: la luminosità dietro ogni messaggio di My Back Was A Bridge For You To Cross così come la fotografia attualissima di chi siamo e dove siamo scattata con The Ballad of Darren pacifica l’ascoltatore con l’idea che i grandi debbano per forza cedere alla facile leva della nostalgia, del già detto. Non è così fortunatamente per lo straordinario talento di ANOHNI che spinge oltre i confini dell’espressione promettendo a ogni traccia la purezza di un suono che rende omaggio a Nina Simone, Marvin Gaye e Lou Reed. Non è così nemmeno per i ragazzi di Colchester che tornano senza mai mettersi in posa, senza auto-celebrazioni con un disco denso, fatto di canzoni che si attaccano addosso e non ti lasciano, come accadeva nei tuoi vent’anni anni e che continuano a farlo oggi. È un disco emotivamente sorprendente. L’esempio perfetto di come si possa essere contemporanei a se stessi e riuscire a mostrare la strada del domani senza la boria di chi è effettivamente ormai Maestro. Emerge qui tutta la loro capacità musicale e narrativa, tra ballate intimiste e introspettive e perfette pop-song mai fini a sé stesse ma capaci di far parte di un disegno complessivo e intelligente, insomma una band ancora capace di raccontare la propria maturità artistica senza ripetersi e senza essere mai banale.

E il ritorno alla routine, ai ritmi scolastici e quotidiani di settembre ha il suono del jazz cosmico Sven Wunder che in Late Again accoglie l’orizzonte degli eventi con brani notturni, psichedeliche composizioni per pianoforte e arrangiamenti orchestrali per flauto, ottoni e archi. O dell’oscurità lo-fi e muscolosa di Puma Blue il cui nuovo disco, uno slowcore ricco di impudici sax, emana un’intensità ineffabile, una testimonianza del suo incrollabile impegno per l’autenticità. La stessa che pervade il groove del compositore estone Misha Panfilov che con In focus ribadisce quel suo personalissimo suono, un acquazzone torrenziale di ritmi che espandono le acque diafane in cui ondate di funk, jazz ed esotismo si infrangono sulle sabbie mistiche del rock psichedelico e della musica kosmische.

L’autunno inoltrato ha il profumo delle cose antiche. In bilico tra le influenze di Grace Jones e Remain in Light dei Talking Heads si staglia il bellissimo disco di Art Feynman intriso di incertezza e nervosismo punk funk. Le linee di synth scintillanti e le raffiche selvagge di sax suggeriscono che la danza è la migliore terapia. Con Jasper Høiby c’è sempre una grande potenza dinamica che filtra dal basso e un approccio metricamente impegnativo che consente a un piccolo gruppo di sembrare più grande di quello che è. Che è un po’ la filosofia degli ultimi lavori di Sufjan Stevens il cui ritorno ha segnato un punto cruciale per le sorti del cantautorato moderno: ci si è chiesti ancora una volta, dopo il tumulto di Carrie & Lowell, se il dolore potesse competere con il talento. Con Javelin Stevens è spudorato, netto, eppur riesce a restare astratto; è un disco estremamente intimo e straordinariamente massiccio, pieno di contraddizioni. In alcuni punti appare orchestrale, ma quando si lascia decostruire è palese la natura minimale di pianoforti, banjo, chitarre e batteria. Nei quaranta minuti di Javelin aleggia un senso di perdita – dell’altro come di sè – e c’è sostanzialmente tutta la musica che Stevens ci ha regalato in venticinque anni di carriera, dal folk al pop elettronico, come sempre cesellata con una grazia disarmante.

E un capitolo a parte meritano le uscite italiane, in un anno fortunato a livello di produzioni nostrane che suonano sì figlie del mondo ma per fortuna di nessun a moda, di nessun tempo. Quattro sono i ritorni importanti, felici e solidi e sono tutti dischi di band: Bachi da Pietra, Baustelle, C’mon Tigre e Non voglio che Clara. Per i primi Accetta e continua, fonde ancor più organicamente le radici analogiche e scarne delle origini con le derive elettroniche e noise del sottosuolo. C’è una critica lucidissima e ficcante nello sguardo curioso e cinico della band che anticipa l’uscita del disco con un singolo che si chiama Mussolini ed esce l’8 settembre. Insomma i Bachi da Pietra continuano ad esplorare gli abissi, i sopravvissuti e il metallico suono della pochezza umana con la cruda e spiazzante porosità della voce di Succi.

Forse non esplicitamente politico come Accetta e continua – in realtà quel “Benito torna ragazzo, non rompe il cazzo e non se ne parla più” potrebbe diventare un mantra per tutti noi – ma anche i Baustelle sono tornati per rimarcare un cambiamento, di prospettiva, di matrice compositiva: la malinconia sulla quale Bianconi ha impresso con ostinazione la sguardo appartiene effettivamente a un’altra vita. Elvis rimarca un sentimento di rifondazione per questi osservatori acuti del nostro presente, tra frammentazione e storicità. E poi lo split, arrivato sul finire dell’anno, con I Cani che si fa vinile misterico, un oggetto che non sappiamo più rispettare, e che non esce ovunque (aboliamo per sempre il fuori ora, fuori ovunque) ma deve essere cercato, inseguito, conquistato. Lato A e lato B che si trasformano in ritorno alla tradizione. Perché i dischi hanno un peso, una storia, una geografia. E dovremmo ricordarcene più spesso.

Così come dovremmo ricordarci di amare la natura, non solo per stare meglio ma per capire di più noi stessi: l’abilità dei C’mon Tigre di fondere influenze provenienti da angoli remoti del mondo arricchisce la loro musica e le loro immagini visive, creando un arazzo di bellezza sonora che rispecchia la diversità dell’habitat stesso. L’album è profondamente influenzato dai ritmi provenienti dalla tradizione brasiliana, la spina dorsale è radicata nel samba, nel forró, attraverso strumenti e tempi che provengono da questa magnificenza culturale. Tuttavia, Habitat conserva il jazz africano, l’elettronica e le influenze miste che hanno caratterizzato il progetto finora per un paesaggio sonoro riccamente stratificato che continua a sfidare il genere.

MacKaye conferma la complessità e il fascino di un progetto eterno come i Non voglio che Clara, decisamente una delle cose più belle accadute alla musica italiana, primatisti in grado di coniugare in maniera sempre raffinata rock e cantautorato con un sound etereo e un marchio di fabbrica che sembra arrivare dal passato.

Due sono stati invece i progetti legati alla riscoperta di una lingua anticaa, alla storia della propria terra, alla ricerca di un nuovo dizionario sonico: dovremmo ringraziare Daniela Pes e Massimo Silverio anche solo per averci fatto sforzare nella comprensione di qualcosa che è altro da noi, e lo è nell’elemento musicale che ci avvicina o ci allontana dall’empatizzare con una storia, la lingua che qui trasforma le voci di due artisti in un tempio che protegge e santifica.

Se Pes – che con Spira ha fatto un disco di un mondo che non esiste ancora – unisce elettronica e tradizione, synth e radici, il tutto fuso in una glossolalia sovversiva, in un dinamismo spaziale che fa della sua purezza e prospettiva i punti cardine, Massimo Silverio consegna all’ascoltatore un misto di ordine e caos, di limpidezza e confusione nella progressione delle tracce e degli strumenti. Hrudja è un progetto impressionante e ambizioso, radicato nelle tradizioni popolari senza tempo che trovano l’armonia perfetta nelle Alpi Carniche del Friuli-Venezia Giulia. Un linguaggio perduto nel tempo catturato da Silverio con l’eleganza e la bellezza lamentosa di tutto ciò che è sacro.

E poi ci sono quelli fuori dal coro, da scoprire, da inseguire come Andrea Laszlo De Simone – che si fa pregare dai francesi per scrivere colonne sonore -, il ribelle Gaube e gli Pysché.

De Simone, dopo la notizia della una pausa a tempo indeterminato dalla musica, torna (lo aveva già fatto un anno fa pubblicando I nostri giorni, arrivata a sorpresa di notte come un regalo di Natale) con la colonna sonora di Le règne animal del francesce Thomas Cailley, permeata da una luce umanista e selvaggia che grazie a una ricchissima strumentazione crea un crescendo nella storia di una trasformazione uomo-animale. Il morbido candore di synth e flauti si fa epico con l’ingresso di chitarra e batteria fino ad evolversi nel lirismo di archi e pianoforte: nel suo regno animale non ci sono inganni, come se la musica di De Simone ci fosse sempre appartenuta. E con l’appartenenza hanno a che fare anche i lavori di Gaube e dei napoletani Psyché: col suo esordio, il cantautore toscano ci regala un racconto dal fronte, uno scatto del proprio tormento e della propria militanza mista al desiderio di suonare rock ma di suonare solo così, portando la lotta dentro ai solchi di un vinile, sul palco di un palazzetto. Si appartiene alla musica così come si appartiene ai colori della propria vita, ai profumi della terra che si sceglie di vivere e raccontare; il trio formato da Marcello Giannini (Guru, Nu Genea, Slivovitz), Andrea De Fazio (Parbleu, Nu Genea, Funkin Machine) e Paolo Petrella (Nu Genea) decide di unire world music, cosmic jazz, il funk delle origini, la psichedelia mediterranea intrisa di un attento studio alla library music. Che slancio di vita, che gioia ascoltare la loro anima, la loro psyché.

I dischi adesso sono tutti tornati al loro posto, senza un ordine, una subordinazione, senza che il potere di uno prevalga su quello di un altro. Non mi piace gerarchizzare l’arte, tantomeno l’idea di mettere un disco contro un altro, in una logica di battaglia che dovremmo sempre più rifuggire e non solo perché la guerra è già qui, ma perché la musica necessita della stessa rete di solidarietà di cui ha bisogno l’uomo, e i dischi si parlano anche se a noi non sembra.

Domattina, come sempre, controllerò gli aggiornamenti di Radio Alhara, e ascolterò qualcosa di nuovo, e leggerò qualche pagina del romanzo che ho sul comodino, perché il futuro non è scritto ed è sicuramente una merda ma la musica continua.

Forse è questa la mia felicità.

 

 

Per chi volesse curiosare in mezzo a centinaia di canzoni nuove, di seguito una playlist dedicata, un brano per ogni disco.

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