Recensioni

7.4

Nel bellissimo e inquietante video di You Are The Man, Jonathan Bree continua a indossare bretelle e maschera in spandex (esattamente come ha sempre fatto), il trio d’archi sfodera parrucche barocche mentre le componenti femminili indossano cuffie in stile mormone. A un certo punto una di queste inizia a suonare un theremin a forma di bambino. È tutto alquanto bizzarro, quasi illogico, allegorico eppure funziona.

Funziona perché Jonathan Bree, il più capriccioso talento della scena neozelandese nonché fondatore dei sottovalutati The Brunettes, presenta una corsa avvincente e veloce (meno di 40 minuti) in cui i brani godono del suo marchio cinematografico di pop orchestrale. Il profondo baritono e gli arrangiamenti con archi e strumenti cameristici sembrano raccogliere la tradizione di giganti come come Lee Hazlewood e Serge Gainsbourg, ma rinascono sempre con un suono che è di Bree, e suo soltanto. Funziona perché il nostro ha una visione, un progetto e può permettersi stranezze a non finire senza mai rischiare di presentare un contenitore grottesco ma vuoto.

Funziona anche perché Bree decide – con coraggio e arguzia – di inviare una mail a Nile Rodgersthe Hitmaker – per convincerlo a collaborare su alcuni pezzi. E Rodgers ci sta così che l’inafferrabile cantautore neozelandese possa continuare a riscrivere la storia del synth pop contando su un collaboratore che illumina e fa funzionare ogni suono toccato.

Senza mai abbandonare la sua maschera tesa di mistero sensuale, Bree ha composto un album che permette al pop dark un nebuloso incontro con la disco più gotica e vagamente sadcore. Il cantato di Bree continua a essere profondo e quasi cantilenante, e allo stesso tempo un po’ spettrale, così come la classe con cui incorpora gli archi nelle sue canzoni pop.

Pre-Code Hollywood racconta anche quello che è stato il codice Hays, una serie di linee guida del settore cinematografico che limitarono massicciamente Hollywood tra il 1934 e il 1968, censurando la libertà di espressione nel cinema attraverso un controllo dogmatico del linguaggio e della libera espressione artistica. E ogg, vestendo i panni di crooner new wave, Bree sembra deciso ad affrontare il contemporaneo divario generazionale che esiste nel mondo delle arti e del linguaggio con un potentissimo e straniante album.

Dal pop luminoso di Miss You, (co-firmata da Rodgers) che regala un duetto sinuoso in coppia con la compagna di etichetta Princess Chelsea, alla tracklist che suona come un pezzo degli ultimi Daft Punk, Bree passa da un divino rock orchestrale al surrealismo di synth post-punk con la grazia sbalorditiva di chi ha ben chiaro un disegno artistico e performativo. È un’estasi creativa che fa rivivere il Bowie di Labyrinth, la new wave e il pop cibernetico dei Tubeway Army. Il groove dei brani è una nostalgia dolorosa da cui si tenta di riemergere grazie a dinamiche elettroniche e orchestrali che sembrano raccogliere il fascino senza tempo di You’re So Cool, brano manifesto del cantautore neozelandese. Pre-Code Hollywood non è semplicemente un bel disco, è una simmetria sonora coreografata che utilizza una palette di melodie cinematiche, quasi sci-fi capaci di bilanciare la trance vorticosa che si crea nei suoi testi.

Infettivo come non mai, Jonathan Bree è tornato con compone temi sintetici e densi, oscuri nelle intenzioni ma luminosi nella resa; dieci nuovi brani che si sviluppano verso l’esterno, ultraterreni, spaziali, benedetti. C’è più personalità, carattere, furia sonora dietro la maschera in spandex di Bree che nelle centinaia di prodotti creati ad hoc per provocare, dividere, turbare l’ascoltatore. Bree sembra trovarvi conforto, naturale empatia eliminando così la finzione di costruire qualcuno/qualcosa ma offrendo al proprio pubblico la libertà di proiettare sull’anonimo materiale di una maschera tutto ciò che vuole.

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