Recensioni

Otto anni fa Sufjan Stevens piantò un segnalibro nel cuore degli anni Dieci, ovvero quel Carrie And Lowell che tra le altre cose ci ricordava quanto in fondo le canzoni abbiano ragioni essenziali per esistere, sboccino cioè sulla trama di particelle elementari e temi basilari, ad esempio lo smarrimento di fronte alla morte, all’assenza, alla mancanza e all’affetto che resta come un’impronta su cui – consapevolmente o no – tocca regolare i passi, la forma dei pensieri e delle emozioni. Nel caso di Carrie And Lowell si trattava di fare i conti col vuoto lasciato dalla scomparsa della madre, avvenuta nel 2012: un vuoto problematico, tenuto conto dei problemi psicologici di lei – bipolare, schizofrenica, tossicodipendente – che la indussero ad abbandonare il piccolo Sufjan, tanto che l’album somigliava anche a un modo per chiudere cerchi, per riempire lacune, per provare la tenuta di sentimenti ricostruiti con fatica.
Nel 2021 invece toccò a Convocations elaborare il lutto per la morte del padre con 49 tracce strumentali distribuite in cinque volumi: progetto assai più introverso e ben poco spendibile, che difatti ha avuto riflessi trascurabili in termini di popolarità (quella popolarità che per Stevens sembra sempre sul punto di esplodere ad alti livelli, senza mai farlo davvero). Nel frattempo, The Ascension – uscito nel settembre del 2020 – aveva inaugurato il nuovo decennio recuperando un po’ di quel massimalismo avant-pop che aveva caratterizzato The Age Of Adz (del 2010), mettendo oltretutto a sistema gli esercizi electro-ambient di Planetarium del 2017 (lavoro a otto mani assieme a Bryce Dessner, Nico Muhly e James Mcalister) e la pseudo-new age di Aporia del 2020 (in combutta col patrigno Lowell Brams).
Siccome la vita non fa sconti a nessuno, ma in compenso sembra avercela particolarmente con alcuni, col nuovo Javelin il Nostro è chiamato a elaborare un altro lutto. Si tratta stavolta di quello del suo partner Evans Richardson IV, deceduto nell’aprile del 2023 a soli 43 anni. A lui è dedicata esplicitamente la traccia d’apertura, quella Goodbye Evergreen che regola fin da subito il registro su quote riconducibili a Carrie And Lowell, ovvero una ballata palpitante e chiaroscurale (nudità piano e voce) che però trova la forza – o se preferite la coraggiosa leggerezza – di elevarsi in virtù della grazia abbacinante di un coro femminile e di vampe sonore al tempo stesso cosmiche e orchestrali. In questa sorta di – come dire – farneticazione angelicata, trovano cittadinanza parole di una crudezza sconcertante (“I grow like a cancer/I’m pressed out in thе rain/Deliver me from thе poisoned pain”), tanto da suggerire la chiave di lettura di tutto il disco.
Vale a dire: uno stoicismo lucido che accetta dolore e splendore come parti organiche e complementari del vivere stesso. Uno sguardo che sa mantenere l’equilibrio tra l’entusiasmo del cuore e il pessimismo della ragione, un’angolazione esistenziale di cui la musica può costituire sia la rappresentazione che la sublimazione. Tutte le dieci canzoni in scaletta sono costituite da una simile trama di meraviglia estatica e al tempo stesso da un senso di vulnerabilità che innerva carne e spirito, da un elevarsi – appunto – che pure suggerisce la presenza della ferita, la possibilità della caduta. Tutto ciò conduce direi inevitabilmente nel territorio del metafisico e del religioso: “Jesus lift me up to a higher plane/Can you come around before I go insane?/Cast me not in hell, while my demons rage/Turn yourself around to see what I can say”, canta Sufjan con voce spiegazzata nel miraggio folk impollinato world di Everything That Rises, mentre nel valzer retrofuturista di My Red Little Fox lo senti sussurrare “Drinking words within/That spin down Pentecost/Kiss me with the fire of gods”.
Il cantastorie folk che cova in lui fin dai primi lavori torna quindi ad affiorare con forza, ma tutto sommato non prevale: quello che sentiamo è il suono di una negoziazione di lungo corso, il cui frutto è un avant-pop che fiorisce sulle trame acustiche, arrampicandosi su bagliori spiritual, cercando ampiezza di sguardo grazie a orchestrazioni cameristiche e astrazioni sintetiche. Si senta come la deliziosa A Running Start – col suo esaltare gli slanci sensuali dell’innamoramento giovane: “My body moves in mystic ways/I cross my arms to shield my heart/As everything turnst into waves” – spinga un’intuizione folk basale in territori pop dall’effervescenza ipercromatica e stratificata, un po’ come fa anche la struggente Will Anybody Ever Love Me?, la cui polpa melodica neanche troppo vagamente Jackson Browne viene progressivamente elevata fino ad abbaglianti quote di luminosità corale.
L’apice dell’album coincide però con il disarmante languore di So You Are Tired, il piano che abbozza una cornice malferma, la chitarra acustica e quindi il crescendo di coro e orchestra, intanto che Sufjan lascia cadere a terra frammenti d’anima come sassolini (“Bring me back everything caught in your shield/Let everything else descend”). Questo schema tutto sommato semplice – seppure non facile in termini di equilibrio tra essenzialità e pienezza, tra intensità e ridondanza – mette in evidenza la buona forma del songwriting, che azzecca altri momenti più che buoni, come ad esempio nelle trepidazioni oblique di Genuflecting Ghost o coi neppure troppo vaghi umori bossa della title track.
Lo Stevens che preme sul pedale dell’invenzione sonora emerge nel sottofinale, con una Shit Talks che spinge un folk euforico e ombroso lungo direttrici etniche e iperpop, sgranando un testo che ondeggia tra privato e globale (“In the future there will be a terrible cost/For all that we’ve left undone/Deliver me from everything I’ve put off”) e concedendosi un lungo, ipnotico e solenne outro strumentale (ospite alla chitarra l’ormai sodale Bryce Dessner dei The National). Tutto ciò prima di chiudere la scaletta con una frugale rilettura della younghiana There’s A World, quasi irriconoscibile in questa versione così intenerita.
Nel complesso è un album che Stevens sembra innanzitutto suonare e cantare a – e per – se stesso, una auto-terapia necessaria per lasciarsi alle spalle l’ennesima fase difficile. Ed è proprio questo senso di meditazione intima sul rapporto tra caducità e assoluto, con l’incanto della sensualità chiamato a riscattare la schiacciante consapevolezza della finitezza di tutto, a costituire il principale elemento di fascino di un lavoro che può essere interpretato sia come di sintesi che di transizione, uno step più suggestivo che decisivo di una carriera che anziché seguire una traiettoria – una direzione – sembra ormai procedere irradiandosi.
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