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A pochi giorni dall’anteprima nazionale del nuovo album all’interno della cornice del Teatro Basilica di Roma, GUT di Daniel Blumberg esce finalmente in formato fisico e digitale per l’etichetta inglese Mute Records a tre anni di distanza dalla colonna sonora composta per il film The World To Come di Mona Fastvold.
Il terzo lavoro in studio del cantautore londinese è un album intimo ed introspettivo in cui l’ex Yuck si mette completamente a nudo per la durata dei sei brani che si dipanano come fossero un’unica e lunga suite. A rendere immersivo il viaggio sonoro proposto nel disco che esce a cinque anni di distanza dall’acclamatissima ultima prova sulla lunga distanza Minus ci pensa il minimalismo dei pochi strumenti utilizzati per raccontare della malattia intestinale che lo ha colpito in concomitanza con la pandemia da Covid-19.
Armonica, armonica basso, quattro corde Steinberger e batteria elettronica dominano le sei composizioni, accompagnando l’ascoltatore nei meandri della psiche (e della carne) di Blumberg. Suonato quasi interamente in presa diretta, l’album si divide tra il dolore fisico rappresentato metaforicamente dal ricorso alle distorsioni e dai suoni più cacofonici da una parte e, dall’altra, l’ascesi delle angeliche melodie vocali ideate dal cantautore («There is nothing like a chorus», ci ha confessato quando lo abbiamo intervistato). Rispetto ai riuscitissimi On&On e Minus il sound si fa questa volta più scarno e rarefatto, piegandolo all’urgente istanza narrativa che ha ispirato queste ballate fatte di tendini ed ossa.
Il racconto altamente cinematografico ideato da Daniel Blumberg parte dall’evocativa BONE e dal respiro dell’armonica basso, un boato dalla basse frequenze che collega tra loro tutte le sei parti di GUT. In CHEERUP lo strumento a fiato e le drum machine tra l’acustico e il sintetico si ibridano questa volta con un inedito pianoforte che supporta le struggenti melodie vocali emanate dal corpo dolente del cantante. Scivolando in HOLDBACK, uno dei brani più commoventi del disco, la batteria elettronica impazzisce mentre Blumberg ripete il titolo della canzone come un mantra.
Arrivando, alla fine, ad “ingoiare” letteralmente il brano, reampandolo e filtrandolo direttamente con la propria bocca. Nella successiva BODY si sprofonda letteralmente dentro il corpo sofferente del musicista, i cui gemiti e i lamenti distorti prodotti dai compressori simulano il suo dolore fisico fino al silenzio in apertura di KNOCK, l’unico momento del disco in cui si spengono i microfoni ambientali. Dalla solenne stasi in apertura si giunge, anche grazie alle parole riciclate dagli altri brani, ad un climax rumoroso ed esplosivo, l’unico del disco, che fa da intro a GUT, il brano che ha il compito di chiudere la lunga suite. In questa canzone il musicista parla esplicitamente di se stesso e della sua condizione fisica quando afferma “Daniel keep on singing / even when your stomach is stinging / even if you keep thinning and thinning”.
Il carattere cinematografico dell’opera viene restituito anche dal riuscitissimo film in bianco e nero girato su pellicola dal regista Brady Corbet (Vox Lux, The Childhood of a Leader). Le statiche inquadrature del cineasta accompagnano visivamente le sei canzoni del disco, ritraendo da diverse angolatore il corpo del musicista, messo a nudo davanti alla telecamera. Almeno fino al finale di GUT, nel quale il compositore abbandona il complesso industriale che ha fatto da sfondo alle altre cinque canzoni per uscire dalla prigione fisica e mentale rappresentata dalla malattia che gli ha impedito di suonare, potendosi dedicare solo al disegno.
Il nuovo album di Daniel Blumberg è decisamente un lavoro radicale («Quando sono tornato a comporre sentivo l’urgenza di fare qualcosa di davvero estremo», ci ha raccontato il musicista). In cui però l’essenzialità della palette sonora riesce poeticamente a mettere in risalto la luminosità della voce dolente del cantautore e la potenza del suo concept. La forma sperimentale dei sei brani ideati come un singolo flusso di trenta minuti finisce così per arricchire la narrazione del disco, non scadendo mai nel mero didascalismo, ma accompagnando l’ascoltatore in un vero e proprio commovente viaggio dentro la psiche (ed il corpo) di Daniel Blumberg.
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